Coppa America, il cuore non delude: Argentina campione!

Il trionfo della Seleccion scatena la festa nazionale. Brasile battuto

Il Maracanà di Rio de Janeiro ha emanato un verdetto inatteso. Il cielo brasiliano, voltando le spalle ai padroni di casa, sceglie di premiare l’Argentina. La quarantasettesima edizione della Coppa America di calcio è albiceleste.

Il match si è giocato sul filo della tensione. Il Brasile, arrembante, si è scontrato con la resistenza argentina. La disciplina e l’organizzazione tattica, mantra della Seleccion, hanno spianato la strada ad un trionfo spettacolare contro i rivali di sempre. Come un dessert, la vendetta è un piatto da servire a bassa temperatura. Neymar e compagni avanzano il baricentro, nel tentativo di assediare la rappresentativa di Scaloni. Gli spazi a centrocampo concessi dagli uomini di Tite costituiscono un peccato capitale, duramente punito dal tridente avversario: concreto ed entusiasmante. Intorno al ventesimo minuto di gioco, Rodrigo De Paul serve con un lungo lancio Di Maria. La difesa del Brasile non è impeccabile. Il difensore Renan Lodi sbaglia i tempi di uscita, favorendo il controllo dell’attaccante del PSG che, con il piede sinistro, disegna un pallonetto che scavalca l’incolpevole Ederson. Si rompono, così, gli equilibri di una finale che non aveva offerto azioni degne di nota. Dopo il vantaggio albiceleste, la partita è fisica e l’Argentina non ha avuto difficoltà a disinnescare la classe carioca. La “linea Marginot” ideata da Scaloni ha retto, stoicamente, per novanta minuti. I cambi apportati dalla panchina brasiliana, nel secondo tempo, rendono più pericolosa la Selecao: il maggior possesso palla, tuttavia, non si traduce in gol. L’Argentina aspetta e reagisce in contropiede, fino al fischio finale che avvera il sogno di un popolo affamato di calcio. Lionel Messi, a fine partita, si inginocchia e copre con le mani le lacrime benedette dalla gioia, prima di essere lanciato in aria dai compagni di squadra.

La cavalcata dell’Argentina è simile ad un romanzo storico di trama manzoniana. Errori, drammi e trionfi: provvidenza divina di un deus ex machina, calato dall’alto, che ha assecondato le speranze dei giusti. Gli dei del calcio, in una notte di mezza estate, scelgono di assegnare la vittoria alla vittima sacrificale designata alla vigilia. Davide vince Golia, ma il calcio resta una scienza inesatta. I carioca, nonostante la classe pura, sono stati sconfitti dal team più affiatato della manifestazione. La mano di Diego Armando Maradona, spettatore paradisiaco d’eccezione, ha guidato il genio di Leo Messi. Fantascienza? Destino di un popolo. L’Argentina si aggiudica per la quindicesima volta nella sua storia un trofeo che mancava dal 1993. Da Crespo a Veron, passando per Riquelme e Higuain. Generazioni di fenomeni, consumati dall’angoscia, che hanno fatto esultare i tifosi di tutto il mondo eccetto i propri beniamini. Leo Messi, erede naturale del più grande giocatore di tutti i tempi, era pronto ad abbandonarsi ai capricci di un destino beffardo, proseguendo la speciale classifica di campioni assoluti che hanno fallito nell’impresa più sacra della carriera. La pulce, da moderno Teseo, ha sconfitto il minotauro verdeoro e liberato l’Argentina da un periodo calcistico tetro. Dopo il terribile naufragio della spedizione ai mondiali russi nel 2018, l’albiceleste è risorta dalle sue ceneri, come una moderna araba fenice. La Seleccion riteneva di aver assistito alla fine del calcio con Jorge Sampaoli in panchina: profeta di sventure, in quanto allievo del “loco” Bielsa, selezionatore durante pessima prova nippocoreana del 2002. La nomina di Scaloni, tecnico alle prime armi, aveva imbarazzato l’intero paese. Un ripiego in attesa di tempi migliori, si disse. L’uomo inatteso, proveniente dal nulla, ha creato una solida realtà. L’Argentina si candida alla vittoria del titolo mondiale in Qatar. Il futuro è ora.

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