Yara

La storia della piccola Yara raccontata in un film di Tullio Giordana: come le falene, siamo alla ricerca della verit

Venerdì 5 novembre è approdato su Netflix Yara; film inedito di Marco Tullio Giordana basato su avvenimenti realmente accaduti relativi all’assassinio della tredicenne Yara Gambirasio, scomparsa il 26 novembre del 2010 a circa 10 km da Brembate di Sopra (dove risiedeva con la sua famiglia) e ritrovata morta tre mesi dopo in un campo di Chignolo d’Isola, il 26 febbraio 2011. Un caso di cronaca che ha sconvolto l’intera Italia, quello riportato da Tullio Giordana sulla pellicola: dalla drammatica fine di Yara (interpretata da Chiara Bono), la cui vita è stata brutalmente stroncata sul nascere, alla difficoltà delle indagini causata dalla mancanza di un database con cui confrontare l’unica traccia di DNA pervenuta sul cadavere della ragazzina. Viene, inoltre, riportata sullo schermo la mobilitazione di un intero paese, frutto della caparbia della PM Letizia Ruggeri (interpretata da Isabella Aragonese), impegnata nell’indagine lunga, complessa e costosa, il cui esito è stato l’arresto di Massimo Bossetti, interpretato da Roberto Zibetti. Nel cast anche Alessio Boni e Thomas Trabacchi: il primo nelle vesti di un colonnello, il secondo in quelle di un maresciallo. 

Il film, dalla durata di 96 minuti e di genere drammatico, riporta tutte le fasi del caso Gambirasio, nella maniera più coerente -auspicandosi di essere il più fedele possibile- al reale svolgimento dei fatti: aiutandosi però attraverso l’utilizzo di flashback e di espedienti narrativi, quali il diario di Yara (dall’ebraico farfalla), le visioni in cui quest’ultima appare alla PM (alla disperata ricerca della verità) che rivede la tredicenne in sua figlia, percependo doppiamente il già di per sé ingente peso della tragedia. 

Il film si distingue, inoltre, per una decisiva e visibile supremazia femminile in risposta al pregiudizio sessista nel gioco dei ruoli: affrontate in modo critico sono anche ulteriori tematiche tutte italiane,  radicatesi alla base di un sistema disfunzionale e iniquo. 

La narrazione si propone neutra, asettica, priva di spazio per eccessivi sentimentalismi: viene prediletto il racconto delle indagini da un punto di vista istituzionale, piuttosto che analizzare in prospettiva psicologica l’impatto dell’accaduto sui familiari, o i concittadini. Ma il dolore, la frustrazione, non sono per questo esclusi e non tardano ad arrivare: l’oggetto del film è così vicino alla coscienza comune che il regista non ha bisogno di fare leva su un’estrema attività romanzesca per attuare una connessione empatica con lo spettatore. 

L’alto realismo permette la percezione diretta per cui l’immedesimazione arriva puntuale; ben presto ci si ritrova a provare la tenerezza, e poi l’ansia, lo sgomento, la paura, la rabbia, l’incolmabile tristezza.

Anche il finale lascia con l’amaro in bocca: lo stesso che accompagna la vicenda sin dal 2010. 

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