Whirlpool Italia, storia di un fallimento annunciato

Chiusura Napoli, prime lettere di licenziamento per gli operai. La procedura collettiva avviata dallazienda il 15 luglio stata confermata. Ripercorriamo le tappe di una crisi che parte da lontano.

Da mesi è balzata agli onori della cronaca la vicenda dei licenziamenti dell’azienda Whirlpool di Napoli. Per andare alla radice del problema occorre analizzare i processi che hanno determinato la chiusura dello storico stabilimento di Napoli.

Whirlpool Corporation è un colosso mondiale nel campo degli elettrodomestici, con sede negli Stati Uniti. L’azienda conta 65 centri di produzione e di ricerca tecnologica. Il Gruppo commercializza, in quasi tutti i Paesi del mondo, i marchi Whirlpool, Bauknecht, Hotpoint e altri importanti brand. La proprietà si basa su un azionariato diffuso nel quale da padrone la fanno alcuni fondi previdenziali Usa. Si tratta di un’impresa in salute, il cui ultimo fatturato è stato di ca. 17 miliardi di euro, con un utile netto di 940 milioni di euro e 78.000 dipendenti.

L’azienda è organizzata attraverso macroregioni continentali e in Europa, Medio Oriente e Africa è impegnata la Whirlpool Emea con oltre 21.000 dipendenti, una presenza sul mercato in oltre 30 Paesi e siti produttivi in sette Paesi. Whirlpool Emea è un segmento operativo di Whirlpool Corporation. Il Quartier generale Emea si trova in Italia, a Pero (MI).

A differenza della Whirlpool Corporation, la Whirlpool Emea risulta in perdita operativa di centinaia milioni di euro all’anno da oltre un decennio, fatturando 5 miliardi di dollari nel 2017 con 24.000 dipendenti e 15 stabilimenti in 8 paesi diversi. In Italia, sempre nel 2017, Emea produce oltre 6 milioni di pezzi in sei stabilimenti impiegando una forza lavoro di circa 6.000 unità.

Per recuperare profitti nel 2013 vengono chiusi uno stabilimento di Trento con 500 addetti e 300 nell’indotto, 2 stabilimenti in Germania, uno in Svezia ed uno in Francia. Già prima del Covid i risultati di Whirlpool Emea sono nettamente peggiori dei trend di mercato registrati in Europa occidentale dagli altri competitors. La divisone europea è l’ultima della classe della scuderia della multinazionale con sede a Benton Harbor, nel Michigan. Nulla a che vedere con la forza trainante del Nord America e il trend di America Latina e Asia.

Nel 2015 Whirlpool Emea acquista Indesit al costo di 10 miliardi di dollari, con lo scopo di diventare un big player anche oltreoceano e invertire la rotta. Nonostante questa operazione, però, il passivo cresce e viene meno l’obiettivo di diventare il primo produttore di elettrodomestici nel mondo. Nell’anno dell’acquisizione di Indesit, Whirlpool Emea presenta un piano triennale che prevede la dismissione degli impianti ex Indesit di Carinaro e di Teverola in provincia di Caserta e del centro logistico di None in Piemonte. Dopo durissime lotte dei lavoratori e con la forte mediazione del Ministero si arriva alla firma di un accordo che prevede l’assunzione dei lavoratori di None da parte di un imprenditore della logistica presente in zona, la riconversione e la vendita a terzi del sito di Teverola, la riconversione per Carinaro da sito produttivo a centro per la logistica dei pezzi di ricambio per tutto il gruppo. Whirlpool ipotizza di rilanciare l’intero Gruppo trasferendo volumi produttivi dall’estero in Italia, promettendo nuovi prodotti da lanciare sul mercato. Per i circa 1350 esuberi (in realtà 2060) il piano prevede prepensionamenti, incentivi all’esodo e l’assorbimento di quote di lavoratori in particolare nello stabilimento di Napoli e Cassinetta (VA). Il Ministero e le Regioni interessate si impegnano a erogare ammortizzatori sociali e sovvenzioni di vario tipo e Whirlpool Emea mette sul piatto 500 milioni di euro.

Gli azionisti americani non lesinano risorse e investimenti per l’Europa, ma il disegno non rende come sperato. Giocano contro anche alcuni eventi esterni negativi: dalla crisi russa alle asciugatrici esplosive di Hotpoint in Gran Bretagna, fino al rincaro delle materie prime (anche per gli altri player). L’impressione è che sia fallito il progetto d’integrazione industriale, strategico e commerciale con Indesit, pur avendo eliminato alcune duplicazioni produttive e introdotto semplificazioni e missioni specifiche. La fusione imperfetta impedisce di sfruttare le economie di scala (la produzione, anzi, cala), di beneficiare di 350 milioni di risparmi stimati sugli acquisti oltre a quelli connessi ai costi della logistica.

Tra errori strategici di Whirlpool Emea e stabilimenti italiani in piedi solo grazie ad ammortizzatori sociali e aiuti statali alle imprese collegate, si arriva alla fine del 2018 e alla scadenza del piano del 2015. Nasce così un nuovo accordo che ricalca in gran parte il piano del 2015, riconfermati ammortizzatori sociali e sovvenzioni da parte delle istituzioni e Whirlpool Emea a promettere ancora l’immediato trasferimento di volumi dall’estero in Italia con l’investimento di 250 milioni di euro. Secondo l’azienda, gli incentivi all’esodo, fino a 65.000 Euro nella prima fase, contribuirebbero ad azzerare tutti gli esuberi degli stabilimenti Italiani. Il quadro è abbastanza chiaro quando Whirlpool Italia firma l’accordo con i sindacati che non prevede esuberi fino al 2021, ma solo uscite volontarie con incentivi. Il programma triennale prevede, inoltre, il rientro dalla Polonia di alcune produzioni di lavatrici e lavasciuga. Questo accordo garantisce per alcuni anni la pace sindacale al neo presidente Emea Gilles Morel e, per poterlo attuare, vengono individuati obiettivi preliminari: arrestare la caduta dei volumi, recuperare le vendite perse, rifocalizzare gli investimenti sul mercato verso segmenti più redditizi, mettere a frutto i lanci dei nuovi prodotti, venire a capo di alcune situazioni in Turchia e Sud Africa, dismettere i piccoli elettrodomestici Hotpoint e tagliare i costi fissi per 50 milioni. Gilles non riesce, però, a riportare la barca sulla rotta giusta e allora per Whirpool si aprono nuovi drammatici scenari.

Dopo circa 7 mesi dalla firma dell’accordo al Mise, Whirlpool annuncia in maniera brutale la dismissione e la vendita dello stabilimento di Napoli a terzi. La proprietà americana, la Corporation, pare chieda ai dirigenti Emea un ulteriore sforzo, un “piano di rientro” che prevedrebbe, nelle prospettive della multinazionale, un azzeramento delle consuete perdite nel giro di pochi anni. Per l’Azienda, lo stabilimento di Napoli, che produce lavatrici di alta gamma, subirebbe da anni una contrazione del mercato dovuta alla concorrenza interna di altri siti produttivi del gruppo (soprattutto esteri). I lavoratori chiedono alla Whirlpool di rispettare gli accordi siglati al Ministero e il Governo non può che essere dello stesso avviso, visti i soldi spesi per gli ammortizzatori sociali. Non si spiega come uno stabilimento di eccellenza sia arrivato a perdere 20 milioni di euro all’anno nonostante investimenti per il sito pari a 70 milioni. Anche la strategia sindacale non sembra adeguata a fronteggiare la situazione, essendo in scacco, come il Governo, dalle promesse aziendali nonostante la debolezza del piano di risanamento proposto. I lavoratori sono allo stremo dopo mesi di tira e molla.

Si arriva così ai nostri giorni, con l’invio delle prime lettere di licenziamento ricevute dagli operai dello stabilimento Whirlpool di Napoli. Le lettere, secondo quanto riferiscono i lavoratori della fabbrica di via Argine, vengono consegnate a mano da ufficiali giudiziari e fanno riferimento alla procedura di licenziamento collettivo avviata dall’azienda il 15 luglio e confermata. L’azienda, a quanto spiegano dalla multinazionale, ha inoltre deciso di mantenere valida fino al 30 novembre l’offerta di un incentivo pari a 85.000 per tutti i lavoratori interessati o, in alternativa, la possibilità di mantenimento del posto di lavoro con il trasferimento presso il sito di Cassinetta di Biandronno (VA).

I sindacati denunciano la tracotanza della multinazionale, che, «contravvenendo ai precedenti impegni assunti, ha inviato le prime lettere di licenziamento a lavoratrici e lavoratori dello stabilimento partenopeo di via Argine… A giorni il Governo dovrà convocarci con i Ministri al Lavoro e dello Sviluppo economico che dovranno assumersi la responsabilità di costruire un percorso per dare continuità occupazionale alle lavoratrici e ai lavoratori di Napoli. Un percorso che scongiuri i licenziamenti, che per noi sono inaccettabili».

Purtroppo le leggi Comunitarie salvaguardano più l’impresa dei lavoratori, in mancanza di leggi nazionali per il controllo delle multinazionali per evitare di trovarsi in balia delle loro decisioni e in caso di necessità, e senza indugio, poter procedere verso la nazionalizzazione e al rilancio dei siti produttivi impegnando diversamente quelle stesse risorse finora elargite alle imprese. Sono oltre 150 le vertenze al MISE, che andrebbero trasformate in un unico piano nazionale di salvaguardia e promozione del lavoro con la compartecipazione o la diretta proprietà dello stato dei siti produttivi. C’è chi ha detto che la vertenza Whirlpool è diventata un simbolo nella partita delle relazioni industriali nel nostro Paese, non si può che essere dello stesso avviso, ma se vogliamo essere veramente incisivi bisogna aprire un dibattito serio ed onesto tra tutte le realtà sindacali e sociali per cambiare questo stato di cose che genera miseria e tensioni sociali.

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