U mari piscicani

Certe indagini della magistratura sembrano le buche scavate sulla sabbia dai bambini in riva al mare. Con zelo e diligenza lo Stato indaga alla ricerca di collusioni e di prove di colpevolezza. Si ergono montagne per evitare fughe di notizie. Quando finalmente si scoprono interconnessioni e collegamenti, qualcosa o qualcuno insabbia la ricerca e talvolta fa scomparire anche chi scava

Ricordo che a scuola si leggevano testi in lingua madre e la traduzione non era “alla lettera”, ma utilizzando frasi pensate e assimilate all’italiano. In realtà noi non pensiamo “in italiano”, in una lingua specifica, ma al concetto. La traduzione, quindi, non è qualcosa di automatico ma necessita di tempo, per trovare le parole giuste in quella che è la lingua prescelta. Generalmente si pensa nella lingua che più si sta utilizzando in quel particolare momento e il primo pensiero che si “concretizza” è in dialetto. Ti può capitare, allora, vivendo per qualche tempo a Palermo, di pensare in siciliano anziché nella tuo gergo di origine, utilizzando il vernacolo ideato da Camilleri.

Priciso ‘ntifico a un fosso ‘nterra la pilaja, accussì m’apparse il travaglio de la ggiustizia.

Ammiravo le linee nconsistenti dei colori del mare, quando picciriddri vivaci si misero a scavare nella rena ‘nterra ai miei piedi.

Chi assittato, chi nginucchiuna, accumminciarono a jettari fora da un fosso pugni di sabbia nfosa. Quelli ‘ntorno facivano ‘na muntagna cu la rena jettata, pi evitari che n’ondata se ne purtasse tutto a mare.

I picciriddri nun avivano occhi che per il funno del buco, e la loro prioccupazioni era sulo per vidire cchiù ggiù. Cchiù scavavano, cchiù il fosso s’allargava, ne trasiva rintro autra rena, e chiossà ne cacciavino fora. Pì poco non m’arritrovai pur’io allordato di sabbia e pietruzze, picchè i scavatori, presi dalla frenesia, nun s’arriguardavano intorno unne vuttavano la rena.  

Ni passò n’orata bona che na matre d’un nicareddro lo chiammò pi cena. Niente da fari. Nisciuno si scantava di venirresinne da quel fosso. Tutti erano ncantati che nfunno al puzzo ci fusse quaccosa o, si venisse fora nienti, che si attruvasse almeno l’acqua.

A scavari a scavari si annava pirdendo la sinsibilità delle mani e quasi nun s’addrumiscivano cchiù le dita di uno dalle dita di n’altro. Accussì, quanno nel buco s’accomparsero na picca di animali molli, ognuno pinsò che fossiro le dita di un autro.

La muntagna che addifinniva il fosso oramà appariva invincibile al mare più servaggio.

Mmiezo a la muntagna di rena capuzziavano vermi schifosi e pariva quasi che si scantassero dalla luce del sole.

I picciriddri avivano le cosce quasi tutte nfunnate, quando sul funno a picca a picca iniziò a cumparire l’acqua. Se ne stettero ancora per un po’ a scavari, poi accominciarono ad allisciare le pareti. Intorno al buco ci ammittirono tutta na schianata di sabbia fresca, livellando i bordi dello scavo.

Il mare a mano manca, la battigia nu poco scustata dalla muntagna di sabbia che pariva nsurmontabile e po’ un fosso profunno con le pareti squadrate.

Il travaglio annò avanti nfino a un lancio maldestro di renella che andò a finiri nell’occhi di un picciriddro. Mò sirviva un tuffo tra l’onne del mare a livarisi da dosso sabbia e sudore.

Lanciatosi il primo nell’acqua, senza pinsarici n’attimo, come a un segnale concordato, si ni lanciarono tutti. Accumminciarono schizzi, schiamazzi e fanfariate.

I ragazzi si addivertivano assai, e doppo aver pratticato cu terra e vermi, si arritruvarono frischi e puliti. Alcuni ficero na nuotata, altri i muorti a mare. Nun s’erano scurdati del fosso, l’avivano sulo misso da parte per qualichi tiempo.

Nel frattempo si annuvolava e il vento faciva l’onne grosse.

U mari, come piscicani che aviva annasato sangue, girava intorno alla muntagna di rena e cchiù nun arrinisciva ad arrivare al fosso cchiù s’arraggiava.

L’onne ngrussate del mare nun cuncedono distrazziuni e accussì prima la muntagna e poi il fosso furono coperti e cancellati come si non fussero mai esistiti.

Fici notte e i picciriddri si ni risalirono sulla riva. Nun si facivano capaci che le onde li avivano futtuti. Si scantavano nun per la nterratura di fosso e muntagna, ma del travaglio a vacante. Il giorno appresso avribbiro dovuto riaccumminciare daccapo.

Così a me paiono certe indagini della magistratura.

Con zelo e diligenza lo Stato “scava” alla ricerca di collusioni e di prove di colpevolezza. Si ergono “montagne” per evitare fughe di notizie. Si selezionano con una “schianata” i partecipanti alle ricerche, limitando le indagini ai funzionari più ligi e irreprensibili.

Quando finalmente si scoprono le interconnessioni ed i collegamenti, preannunciate dal ritrovamento di “vermi”, qualcosa o qualcuno insabbia la ricerca e talvolta fa scomparire anche chi scava.

Tutto ‘nzemmula dopo questa pinsata mi ne venne n’altra. Che avevo babbiàto, un munno capovolto? Lo Stato era criaturo e la camurrìa era grossa come il mare? Duviva essere l’accuntrario!

Nel fosso ci dovivano ristare i vermi e anzi ci putivano affunnare pure tutte le altre vestie ‘nfami che ci sono per lo munno.

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