Trattativa Stato-mafia, tra morale e giustizia

La Corte di assise di appello di Palermo sconfessa la tesi del connubio criminale tra esponenti delle istituzioni e i vertici di Cosa nostra. Al confine tra la morale e la giustizia, per, non ci sono n vincitori n vinti.

Dobbiamo aspettare la sentenza? La attenderemo e leggeremo, certo, sperando di comprenderla. Intanto rimane l’amara sensazione di essere stati fregati, perché ci è stata rubata la speranza. Abbiamo trascorso un’infanzia di telegiornali che si aprivano con le giuliette dei Carabinieri squarciate dalle bombe e morti lasciati per strada. E altre atrocità che ci hanno fatto diventare quelli che siamo. Si ammazzavano tra loro, ci dicevamo, provando a lavarci di dosso col sangue quella morbosità. Ora, dopo anni di flebile illusione, scopri che il male è ancora tutto là. Si è cercato tra le pieghe dello Stato, quando il cancro era nascosto, come sempre, tra appalti e banconote. I magistrati hanno battuto piste inesistenti e noi ci siamo illusi con in mano l’asso di bastoni, quando la briscola era a spade.

Non si tratta di fiducia o sfiducia nella giustizia, ma di avercela con noi stessi. Perché sono passati troppi anni e non possiamo più giocare a credere che saremmo stati meglio di quelli di prima e che perfino il mondo sarebbe potuto cambiare. Non c’è riuscito chi abitava a cento passi, aveva capito e dopo moriva, ammazzato. E aveva capito Don Pino Puglisi, un prete che faceva cose così grandi da sembrare pazzo. E hanno sparato pure a lui. Certo, leggeremo le motivazioni, perché bisogna perseguire i reati e non fare i moralizzatori. Ma adesso chi ce la restituisce un po’ di speranza?

La trattativa Stato-Mafia ci fu, la sentenza però sancisce che lo Stato non si piegò. Al confine tra la morale e la giustizia non ci sono né vincitori né vinti.

Dopo le assoluzioni della Corte di assise di appello, i sostenitori delle tesi della Procura spiegano che la sentenza riconosce comunque che una trattativa c’è stata. I Carabinieri l’hanno condotta, anche se non è stata riconosciuta come reato. La tesi della pubblica accusa era che la politica, cioè Calogero Mannino, avrebbe avviato la trattativa per interesse personale, cioè salvarsi la pelle. E questo avrebbe indotto i mafiosi ad accelerare le stragi proprio per avere più morti e più forza contrattuale con lo Stato. Le concessioni alle quali i mafiosi puntavano erano l’abolizione del carcere duro, la restituzione dei patrimoni e la revisione dei processi. Non solo tutto questo non c’è stato, ma la Storia dice che in quegli anni il Governo ha inasprito alcune misure, stabilizzando 41-bis nell’ordinamento penitenziario e allargando, con l’aiuto della Cassazione, lo spettro dei sequestri e delle confische.

I mafiosi volevano indietro i soldi e la cancellazione degli ergastoli. Lo scambio non c’è stato. Questo dicono i fatti. Non si può spacciare l’alleggerimento del carcere duro per qualche personaggio di second’ordine, per chissà quale concessione. La sentenza di appello ha smantellato l’impianto accusatorio. Se fossero state vere quelle accuse, allora Carabinieri e politica andavano imputati di concorso nelle stragi visto che avrebbero rafforzato in Cosa nostra la convenienza di fare attentati.

Il processo è stato influenzato da indagini condotte in modo superficiale, che sono sembrate una specie di prova che qualcosa da nascondere nei rapporti tra polizia giudiziaria e cupola mafiosa in fondo c’era. Per avvicinarci alla verità occorre entrare nella dinamica di operazioni spregiudicate. Ma non possiamo far finta di scoprire solo adesso come si muovono i corpi militari. Ovviamente l’esito del processo non mette in discussione il verificarsi di rapporti tra mafia e politica e anche tra la mafia e i corpi di polizia. Ma da anni non c’è più il collegamento forte, diretto, simbiotico della mafia e della camorra con la politica. Sono finiti i tempi in cui un partito si confondeva con una famiglia criminale. La commistione per gli affari, però, c’è ancora, soprattutto negli appalti per i servizi alle amministrazioni pubbliche.

In questo processo la condanna etica del concetto di trattativa ha preceduto quella penale. La relazione che lo Stato cerca con i collaboratori di giustizia è essa stessa, infatti, una trattativa istituzionalizzata e codificata. E ha consentito molti successi nella lotta alla mafia.

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