Terrorismo mediatico con lhashtag #Soscuba

Una inchiesta rivela una operazione criminale contro Cuba lanciata dallestero sui social network. La rete uno spazio fertile per le azioni di manipolazione politica e non facile scoprire chi sta dietro le campagne di disinformazione.

I mezzi di informazione possono essere usati come strumenti per la disinformazione e la propagazione di notizie fasulle attraverso i bot, programmi informatici che “spalmano” determinate notizie in tempi brevi in un flusso continuo e massivo. In questo modo, ad esempio, una lecita protesta popolare a Cuba, dove mancano beni di prima necessità come diretta conseguenza del bloqueo statunitense, in pochi giorni si è tramutata agli occhi del mondo in una rivolta governativa.

Un noto analista spagnolo, Julián Macías Tovar, direttore di “Pandemia digitale”, ha preso in esame l’intensa campagna scatenata negli ultimi giorni sui social network contro la Rivoluzione cubana. Secondo il ricercatore, questa operazione ha fatto un uso intensivo di bot, algoritmi e nuovi account creati per l’occasione, con l’obiettivo di amplificare alcuni messaggi, lanciati ad arte dai referenti della campagna di manipolazione.

Tovar segnala, con una meticolosa ricerca, che il primo account che ha usato l’hashtag #Soscuba, relativo alla situazione del COVID nel Paese, è stato localizzato in Spagna. Il tweet ha ricevuto migliaia di risposte, analizzando le quali si scopre che quasi tutte provengono da account appena creati, o con un’anzianità massima di un anno. Più di duemila account di quelli che hanno partecipato all’operazione con l’hastag #Soscuba sono stati creati tra il 10 e l’11 luglio.

La campagna di disinformazione ha coinvolto anche artisti famosi, attratti dall’hashtag #Soscuba relativo alle morti per COVID e alla mancanza di risorse mediche. Domenica 11 luglio l’hashtag è diventato una tendenza globale in diversi Paesi, con centinaia di migliaia di retweet e la partecipazione di molti account di artisti famosi. Di conseguenza vi è stata grande enfasi per le immagini della prima manifestazione di protesta a Cuba postata negli Stati Uniti.

L’analista sottolinea che analizzando l’hastag della campagna, la cosa che si nota è la ripetizione senza modifiche dei tweet, che denota l’esistenza di modelli automatizzati.

L’operazione di disinformazione contro Cuba si è svolta in tre fasi. La prima fase è stata quella di lanciare la campagna con l’hashtag, denunciando il collasso del sistema sanitario di fronte ai contagi e ai morti per COVID, chiedendo aiuto attraverso account falsi e automatizzati che citavano massicciamente artisti da tutto il mondo, molti dei quali hanno partecipato usando l’hashtag e portandolo ad essere in trend topic mondiale. La seconda fase è stata quella di pubblicare nei media che decine di artisti hanno aderito ad una campagna per chiedere un corridoio umanitario che salvasse Cuba, che però nei fatti ha una situazione epidemiologica migliore rispetto a paesi come la Spagna, l’Ecuador o gli stessi Stati Uniti. La terza fase ha riguardato manifestazioni che all’inizio sono di poche persone, ma dal momento che fanno riferimento ad un hastag che è un trend topic globale, hanno un enorme impatto che le aiuta a crescere e ad indirizzarsi verso una campagna finale per sollecitare un’invasione militare degli Stati Uniti. L’inchiesta conferma la denuncia delle autorità cubane secondo cui si tratta di un’operazione concertata nella rete dietro alla quale ci sarebbe la regia degli Stati Uniti.

Questa inchiesta, a prescindere dal caso-Cuba, ci fa interrogare sul modo con il quale vengono gestite le notizie che circolano in internet. Le reti sociali sono uno spazio fertile per le azioni di manipolazione politica ed è complicato verificare chi sta dietro le campagne di disinformazione.

Fare giornalismo diventa sempre più difficile. Analizzare le fonti, verificare le notizie e collegare fatti apparentemente disgiunti è complicato da falsità e esagerazioni delle campagne denigratorie.

Per combattere il fenomeno sono nati siti come www.snopes.com o https://www.bufale.net/ ma sono comunque gocce in un oceano e non risolvono il problema.

A tutto ciò si aggiunge che il confine tra messaggio giornalistico e messaggio commerciale è sempre più sfumato. Bisogna evitare che un giornale si trasformi in un catalogo commerciale, la pubblicità deve essere chiara, esplicita e riconoscibile, rimanendo distinta dal lavoro giornalistico. È importante distinguere informazione e pubblicità, a qualsiasi fine, perché il lettore o lo spettatore deve sempre essere in grado di riconoscere quale informazione parte da un interesse commerciale e quale da un interesse di informare. La mancanza di competenze rende sempre più difficile per le persone decifrare se un articolo è a sfondo pubblicitario oppure no. E quindi se è manipolato oppure no. Servono, e anche urgentemente, soluzioni idonee per poter dotare i cittadini di strumenti culturali per capire subito se davanti a loro hanno un contenuto falso o veritiero.

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