Storie in bottiglia: l'università

Storia di un'esperienza universitaria

In occasione dell’inizio dell’anno accademico 2021/2022, un nostro lettore ha deciso di raccontarci la propria “disastrosa” esperienza universitaria: in una società improntata alla tempistica competitiva, che definisce i suoi pilastri in un sistema concorrenziale in cui non è bravo semplicemente chi arriva prima ma chi arriva da bravo. Crediti formativi, esami a scelta, pre appelli, intercorso, sessioni ordinarie e straordinarie: a ciò sembra limitarsi il mondo universitario per chi da tale mondo ne resta essenzialmente esterno. Ma andando a fondo è facile notare come la realtà sia ben diversa: risulta evidente che la vita di uno studente universitario non si riduca solo ed esclusivamente a libri ed esami. Perché l’ansia da prestazione -cioè quel fenomeno a cui tutti pensano durante discorsi di questo tipo- in realtà è solo la punta di un grande iceberg immerso nell’oceano dei vent’anni. Il caso tipo è quello di uno studente medio che un giorno si sveglia, sostiene l’esame di stato e, valicando l’uscita dell’edificio che lo ha ospitato per ben 5 anni della sua vita, realizza in preda all’adrenalina di essere libero, in quell’istante che sembra durare per sempre e che invece è tutto allora. E così, come ogni istante finisce. E lo studente si ritrova a dover raccogliere i pezzi e fare chiarezza nel caos dei suoi quasi venti anni. E si ritrova a dover necessariamente affrontare domande quali: « Chi sono io? Chi vorrei essere? Cosa mi piace? Cosa voglio dalla vita?» Domande a cui non è ovviamente semplice trovare risposte, le quali però sembrano l’unico appiglio in un mondo che corre veloce, tanto veloce da non lasciare tempo per pensare. Cosi le scelte, giuste o sbagliate che siano, quando si hanno 19 anni e non si fa parte dei fortunati che sanno cosa fare della propria vita da quando di anni ne avevano 5, sono frenetiche, incoscienti e prodotto dell’ambiente in cui si è cresciuti. Scegliere bene significherebbe scegliere ciò che più piace ma anche ciò che è più stabile, inseguire le proprie passioni ma sfuggire all’incertezza di queste, pensare a una stabilità economica futura ma non lasciarsene influenzare: scegliere bene è un’utopia.  L’università porta il peso dei dubbi costanti: riguardo al futuro, al proprio io, al tempo e alle energie in questa impiegati. Tanta solitudine sebbene ci si trovi nella maggior parte, se non tutti, a sentire le stesse cose: ad avere le stesse paure, a provare le stesse ansie, ad aspirare alle stesse gioie. 

Il nostro lettore ci ha parlato del cambio di facoltà che ha effettuato a percorso inoltrato: in Italia, uno studente su due effettua il cambio di corso (perché di fronte a una delle prime scelte serie della vita non sempre ci si trova istantaneamente preparati): e con questo il doppio della paura, delle incertezze, delle ansie, dello smarrimento. 

Poi però il nostro lettore ci racconta anche dei compagni di corso, di quelli vecchi e di quelli nuovi, ci racconta del caffè alle macchinette e degli appunti implorati, delle sbobinature e delle dispense, dei legami che si consolidano, o che si sciolgono, tra quelle aule antiche di edifici imponenti, delle aspirazioni e dei sogni: perché la paura è solo l’altra faccia della voglia di farcela. Ci dice che tutti questi sentimenti contrastanti sono caratterizzanti di uno dei periodi più importanti della vita, uno di quelli nei quali entri e dai quali, anche se non sai come esci, sicuramente sai che non sarà mai come ci sei entrato. 

 «E vorrei dire a tutti quegli studenti -che prima di essere studenti sono figli, amici, fratelli, fidanzati- di non guardare alla paura del fallimento come ad un fardello. Di non temere l’incertezza. Di non reprimere le ansie. Vorrei dire agli studenti invece di farne tesoro, e di godere del tempo in cui, da giovani e con tutta una vita davanti, tutto può accadere. Di affrontare questa fase non temendo che sia la fase decisiva in cui tutto può andare per il verso sbagliato, ma di avere la fede e la determinazione che invece sia la fase in cui tutto deve andare per il verso giusto. E di sapere che il verso giusto ha connotazione soggettiva. Giusto è ciò che ci fa stare bene, ciò che ci rende felici. Ciò che ci renderà le persone che saremo destinati ad essere.»

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