Polonia-Bielorussia, il confine della vergogna.

Quello che accade al confine tra Polonia e Bielorussia lennesima prova di come i flussi migratori possano diventare armi di ritorsione politica.

Con il passare degli  anni la comunità internazionale è stata sempre più cosciente di quanto potesse essere delicata la questione relativa ai flussi migratori e soprattutto di quanto potesse essere pericolosa la mancanza di una qualsiasi regolamentazione del fenomeno. Oggi, alla luce di quanto accade al confine tra Polonia e Bielorussia, si ripropone non solo la delicatezza della questione ma anche l’estrema  pericolosità quando vicende di questo tipo passano tra le mani di capi di stato  senza scrupoli, divenendo motivo di rappresaglie e pressione politica nello scacchiere degli equilibri politici internazionali.

La vicenda attuale è un classico esempio di come migliaia di persone rischiano di trasformarsi in semplici pedine da utilizzare in base a un preciso e sconsiderato disegno politico che è quello dello spregiudicato Lukashenko,  storico leader della Bielorussia, capace in ogni modo, spesso tutt’altro che lecito,  di mantenersi ben saldo alla guida di quel paese.

 

Un piano premeditato

Per risalire alle origini della vicenda attuale che rappresenta una concreta minaccia alla stabilità europea, bisogna considerare quanto avvenuto la scorsa estate, con il massiccio approdo in Bielorussia di un numero elevatissimo di migranti. A tal proposito un’inchiesta pubblicata il mese scorso da Deutsche Welle aveva denunciato, ad esempio, come ad Erbil, nel Kurdistan iracheno, l’ambasciata Bielorussa avesse concesso un numero elevatissimo di visti turistici a decine di migliaia di migranti, per la maggior parte iracheni e siriani che rappresentano, oggi, buona parte di quella moltitudine di persone ammassate al confine con la Polonia.

Fin dallo scorso agosto dinanzi a questa situazione l’Unione Europea aveva mosso i primi passi diplomatici facendo pressione, ad esempio, sull’Iraq affinché sospendesse i voli da Bagdad a Minsk mentre il flusso migratorio anomalo continuava imperterrito ad alimentarsi da Dubai, Damasco e Annan. A quell’epoca ci fu già la prima e pesantissima accusa rivolta all’ultimo dittatore europeo, quella di tratta di esseri umani.

 

La difesa di Minsk

Dinanzi ad accuse del genere Lukashenko si difende opponendo alle congetture europee l’assoluta regolarità dell’arrivo dei migranti in terra Bielorussa. In altre parole la Bielorussia si starebbe comportando semplicemente come un  paese ospitale. Tesi quest’ultima che non convince  nessuno e che soprattutto non trova conforto nella dinamica degli eventi così come si stanno evolvendo ai confini tra Polonia e Bielorussia, dove migliaia di persone sono spinte quasi coattivamente e con ogni mezzo a violare il confine.La tesi di Minsk lascia presupporre richieste di tipo economico all’Unione Europea in cambio del  blocco del flusso migratorio,  alla stessa stregua di quanto  avviene con la  Turchia di Erdogan, paese profumatamente pagato per operare da tappo all’invasione migratoria originata dalla guerra civile in Siria.

Sarebbe davvero paradossale che si arrivasse a un accordo con Lukashenko, unanimemente considerato   un despota in grado di restare in sella al suo piede ricorrendo ad ogni tipo di espediente, la maggior parte dei quali perpetrati in evidente dispregio ai più basilari diritti civili e politici del suo popolo.  Per quanto sia lecito avere dubbi sulla figura di Erdogan occorre tuttavia fare un chiaro distinguo tra la sua figura e quella del dittatore bielorusso davvero impresentabile agli occhi del mondo intero e con il quale sarebbe paradossale il solo pensare di intraprendere la strada dell’accordo.

Che l’Unione Europea paghi l’assenza di una strategia organica e studiata nella regolamentazione dei flussi migratori appare un altro aspetto piuttosto gravoso dell’intera faccenda. Procedere, ormai da anni, solo fronteggiando una a una tutte le singole emergenze che si presentano, senza avere alla base alcuna strategia d’insieme, appare ancora una volta come il peggiore approccio possibile al problema. Scegliere, poi, la soluzione come quella relativa alla Turchia di Erdogan se può essere utile a dare una risposta immediata a una emergenza dall’altro canto rischia di creare un pericoloso precedente che ingenera la convinzione che si possa lucrare su migliaia di vite ormai tristemente relegate al ruolo di armi di ricatto.

 

       

 

 

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