Politically correct, tutela o beffa?

Il tema della correttezza dell’espressione di parola definisce i rapporti sociali degli esseri umani.

La comunicazione, nell’era digitale, è profondamente mutata. Il “politicamente corretto” rappresenta uno spaccato interessante della vita degli individui. L’espressione in questione definisce un atteggiamento sociale di estrema attenzione al rispetto formale nel rifuggire l'offesa verso determinate categorie di persone. L'uso del vocabolo, nell'accezione corrente, viene ricondotto a un movimento politico della sinistra statunitense attivo negli anni trenta del secolo scorso impegnato nel riconoscimento delle minoranze etniche, di genere, religiose, politiche e alla giustizia sociale, attraverso un uso più rispettoso del linguaggio. La traccia non esclude opinioni avverse in merito. E la sostanza? Il tema offre spunti di riflessione partendo dall’approccio sociologico e antropologico. La correttezza lessicale non viene applicata solo al linguaggio, bensì anche a fenomeni e opere artistico culturali di vario genere: dal cinema alla musica, fino alla scultura.

La narrazione, secondo coloro che si schierano contro tale modo di concepire i rapporti sociali è, spesso, declinata forma dispregiativa: “nazifemminista”, “buonista”, "radical chic”, "moralista" o “talebano”. A queste etichette, vanno aggiunte definizioni ampiamente adoperate in Gran Bretagna e Stati Uniti che, timidamente, si stanno affacciando anche in Italia: “social justice warrior” e “woke”. I pensatori contrali alla dottrina imperante del politicamente corretto ritengono che tale filosofia danneggi la libertà di espressione dell’individuo, diritto inviolabile e tutelato dalle varie Costituzioni nazionali, sorte al termine del secondo conflitto mondiale. Il vocabolo, talvolta, risulta estremizzato e sfocia in forme di censura. I cartoni animati della Walt Disney, negli ultimi mesi, hanno subito l’accusa di eccesso di perbenismo. La stessa “Biancaneve” è stata al centro di polemiche, poiché vittima di un bacio non consensuale. A seguito di tali proteste, centocinquanta scrittori del calibro di Margaret Atwood, Ian Baruma, Noam Chomsky, Salman Rushdie e J.K. Rowling, nel luglio scorso, hanno pubblicato una lettera su “Harper’s Magazine”, che aveva lo scopo di denunciare l’intolleranza culturale e difendere la libertà di parola.

Gli esponenti della dottrina del politicamente corretto definiscono tale ideologia quale conquista preziosa per coloro che non hanno voce o forza di tutelare il proprio ambito di vita. Il professor Costanzo Pieve riconobbe che la correttezza nell’uso della parola sarebbe diventato primario nella cultura occidentale.  Esso avrebbe convogliato tutte le sue energie progressiste verso battaglie morali-culturali. Il politically correct, infatti, sembra battersi per distruggere la cultura dell’annullamento della persona, al fine di favorire la nascita di una società equa e rispettosa degli “ultimi”. Oggi, il mondo è diviso in blocchi contrapposti, che faticano a comunicare: favorevoli e contrari. L’ideologia in questione esprime, allora, vanagloria o eguaglianza formale e sostanziale dell'individuo in quanto tale? Il fenomeno è posto sotto l’acuta lente di insigni professori universitari, esperti dei processi di socializzazione. Ai posteri l’ardua sentenza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

....

Raccontiamo nuove storie

Commenta

Top