Politica: obiettivo riforma della giustizia!

La commissione voluta dal ministro Cartabia ha licenziato la relazione conclusiva.

Il terzo potere dello Stato vive una fase complicata. La perdita di credibilità degli amministratori della giustizia grida vendetta dinanzi ai bisogni collettivi della società. Lo scandalo “Palamara” ha riacutizzato scontri tra le procure, gettando ombre sull’operato dei giudici e del Consiglio superiore della magistratura. La situazione è incandescente. Il ministro Marta Cartabia, allo scopo di operare una riforma complessiva in materia, ha nominato una commissione ad hoc, presieduta dal professor Luciani. Il consesso ha analizzato criticità e punti di forza, tanto da presentare una relazione dettagliata in merito alla riorganizzazione di un sistema ormai incancrenito. La commissione di studio avanza, in primo luogo, alcune proposte di modifica del funzionamento del Csm. L’intento sarebbe “ostacolare il consolidarsi di aggregazioni di interesse che trascendano il corretto esercizio delle funzioni consiliari”. La proposta consiste nel rimodulare il metodo di elezione dei componenti togati del Csm, attraverso l’introduzione del sistema di voto singolo trasferibile. Questa modalità consentirebbe di produrre risultati di tipo tendenzialmente proporzionale e valorizzare fortemente il potere di scelta dell’elettore, eliminando il fenomeno del voto inutile, grazie al trasferimento ad altri candidati delle preferenze espresse dagli elettori di candidati già eletti o giunti ultimi in lista.

La commissione di studio propone una disciplina rigorosa per l’accesso dei magistrati alle cariche politiche, nella convinzione che “qualsiasi incarico di natura politica sia suscettibile di appannare l’immagine di indipendenza e imparzialità della magistratura”. Il giudice, in caso di candidatura, deve richiedere l’aspettativa almeno quattro mesi prima e presentarsi in un “luogo territorialmente diverso e lontano” da quello in cui ha svolto le funzioni giudiziarie. Al termine del mandato elettivo, inoltre, il magistrato dovrebbe essere ricollocato in ruolo con precisi limiti territoriali e funzionali. Una serie di misure sarebbero previste per rendere effettive e “non rituali” le valutazioni di professionalità dei magistrati. Gli interventi proposti comprendono il rafforzamento delle garanzie partecipative per l’avvocatura nelle procedure di valutazione della professionalità dei magistrati nei consigli giudiziari e la valutazione delle capacità organizzative del lavoro inquirente. Il contrasto del fenomeno della lottizzazione correntizia e della politicizzazione delle procedure di nomina, è stato a lungo studiato dalla commissione Luciani. L’assemblea propone misure volte a favorire pubblicità e trasparenza delle sedute del Consiglio e disincentivare, attraverso la trattazione cronologica delle procedure, la pratica delle “nomine a pacchetto”. Il legislatore stabilirà le modalità d’intervento volte a rafforzare la valutazione delle capacità organizzative e manageriali dei vari candidati.

 I criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale, infine, saranno “stabiliti dalla legge”. Un riferimento di notevole rilevanza, che punta a superare la situazione attuale in cui ogni procura individua in modo discrezionale i propri criteri di priorità nell’esercizio dei poteri. La relazione conclusiva lancia un monito. Le problematiche legate all’amministrazione della giustizia necessiterebbero di “un più complessivo sforzo di analisi e di riforma”. Tale impegno “richiederebbe tempi assai lunghi”, incompatibili con le esigenze di rapidità legate all’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. La commissione Luciani, inoltre, precisa di aver dovuto limitare, in virtù del mandato conferitole, il proprio ambito di azione alla formulazione di proposte emendative relative al disegno di legge di delega in discussione in Parlamento e non di essersi potuta spingere quindi a elaborare anche proposte di revisione costituzionale. La disputa è cominciata. Il Csm è atteso alla prova dei fatti.

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