Pensioni, addio Quota 100, cosa succede?

Allorizzonte Quota 102 e 104. I partiti vogliono evitare che si torni immediatamente alla legge Fornero, confronto serrato in Parlamento.

Sono numerose le ipotesi di riordino del campo pensionistico su cui si sta al momento confrontando il governo, in vista della legge di bilancio 2022. Alla luce anche delle ultime dichiarazioni, il mondo della previdenza si interroga sulle varie proposte sul tavolo per quanto riguarda un’uscita anticipata dal mondo del lavoro, con la raccomandazione di considerare il comparto un cantiere ancora aperto. Di certo, al momento, ci sono solo i provvedimenti che verranno cancellati perché reputati troppo onerosi. Si tratta di Quota 100, la misura per cui si poteva ritirarsi dal mondo del lavoro con 62 anni di età e 38 di contributi (100 anni in tutto, per l’appunto) a scadenza nel dicembre 2021, fra gli ultimi retaggi del governo gialloverde (quello a trazione Lega-Movimento 5 Stelle) e di Opzione Donna, scivolo pensionistico riservato alle lavoratrici che entro il 31 dicembre 2020 avessero compiuto 58 anni se dipendenti o 59 anni se autonome con 35 anni di contributi versati.

Quota 100 al tempo era stata criticata perché aveva consentito di andare in pensione a un’età giudicata da molti troppo bassa per gli standard occidentali, con pesanti conseguenze sulle casse dello stato di cui dovranno occuparsi le future generazioni. Secondo l’INPS a fine agosto 341.000 persone avevano richiesto di accedere a Quota 100, per una spesa sostenuta e da sostenere di oltre 18,8 miliardi di euro fino al 2030.

Con la fine di Quota 100, dal primo gennaio 2022 tornerebbe in vigore la legge Fornero, che nel corso degli anni è stata contestata da un po’ tutti i partiti. Prevede che si possa ottenere la pensione dopo aver compiuto 67 anni o dopo aver maturato 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne, o 42 anni e 10 mesi per gli uomini. Senza una legge alternativa, a gennaio si creerebbe quello che viene definito uno scalone” di 5 anni tra i lavoratori che possono andare in pensione. Persone con lo stesso numero di anni di contributi maturati, ma con una differenza di età minima, si ritroverebbero in posizioni molto differenti: chi ha maturato i requisiti previsti da Quota 100 e ha compiuto 62 anni nel 2021 potrebbe andare in pensione nel 2022, mentre chi è più giovane anche solo di un pochi mesi dovrebbe aspettare altri cinque anni per ottenere il pensionamento di vecchiaia, o la maturazione dei contributi pensionistici previsti dalla legge Fornero.

Con la nuova manovra potrebbero spuntare altre proposte, frutto del confronto fra le varie anime del governo. Quota 102 sarebbe il primo provvedimento destinato a sostituire Quota 100 ed entrerebbe in vigore dall’anno prossimo, ovviamente se venisse inserita all’interno della legge di bilancio. Con Quota 102 potrebbero andare in pensione lavoratori e lavoratrici, in parte o totalmente retributivi, con 38 di contributi (come in Quota 100) e con un innalzamento del requisito minimo di età a 64 anni (per un totale di 102 anni, e non più di 100). La platea interessata, per quanto riguarda l’anno 2022, ammonterebbe a 50mila persone.

Quota 104, invece, scatterebbe nel 2023. In questo caso l’uscita anticipata dal mondo del lavoro riguarderebbe chi ha compiuto 65 anni di età, maturandone 39 di contribuzione. Questo permetterebbe di tornare alla legge Fornero nel 2024 in maniera graduale, senza gli “scaloni”. Questo “scivolino”, però, porterebbe in sé un errore tecnico: se si dovesse fare nel 2022 Quota 102 e nel 2023 Quota 104, con questo provvedimento non andrebbe in pensione nessuno in quanto occorre dare almeno 18 mesi per poter consentire a quelli bloccati da Quota 100 a Quota 102 di poter andare in pensione. Se si vuole aumentare qualcosa in più, lo si deve fare dopo 18 mesi, non dopo un anno. Si potrebbe eventualmente fare Quota 103.

Per quanto all’Ape sociale, l’Anticipo pensionistico introdotto nel 2017, si sta ragionando sulla possibilità di prorogare questa misura, anch’essa in scadenza al dicembre 2021. L’ipotesi al momento all’orizzonte è quella di un’estensione di due anni e del rafforzamento del provvedimento, destinato ai disoccupati di lungo corso, a chi assiste familiari o persone in estrema difficoltà e a una quindicina di categorie di lavoratori impegnati in attività considerate usuranti. La platea dovrebbe essere estesa in linea con le indicazioni della commissione tecnica del ministero del Lavoro incaricata di studiare la gravosità dei lavori che ha consegnato il suo rapporto: l’ampliamento delle categorie dei lavoratori gravosi (fino a che punto estenderla dipenderà dalle risorse a disposizione) e per alcune categorie, a partire dagli edili, con la riduzione del requisito a 30 anni di contributi invece di 36. Il problema di questa idea potrebbe essere il costo destinato all’intervento che, secondo quanto spiegano fonti sindacali, costerebbe 1 miliardo. E sarebbe questa, al momento, la dote totale per la previdenza che il governo intende spendere in manovra.

A quanto pare nel Dpb (Documento programmatico di bilancio) approvato dal Consiglio dei Ministri e inviato alla Commissione Europea non ci sarebbero dettagli, se non una proposta secca come Quota 102 nel 2022 e Quota 104 nel 2023 e niente aperture sull’ampliamento dei lavori gravosi e sulla proroga di opzione donna. E sul capitolo pensioni il Dpb indica appena 600 milioni a disposizione nel 2022 e ancora meno nei due anni successivi. I partiti pressano per ammorbidire e moderare lo schema Quota 102-104. Uno schema che lascerebbe andare in pensione anticipata poche decine di migliaia di lavoratori il primo anno, penalizzando fortemente i lavoratori che oggi hanno 61-62 anni d’età e 37 di contributi. Costoro, se Quota 100 (62+38) fosse stata prorogata nel 2022, sarebbero potuti andare in pensione anticipata l’anno prossimo. Invece, con Quota 102 (64+38) nel 2022 e Quota 104 (66+38) nel 2023 non potrebbero più andare in pensione anticipata e dovrebbero aspettare fino al 2026 per raggiungere la normale pensione di vecchiaia o di anzianità. Per questo motivo, pur chi è favorevole a Quota 102, osserva che passare l’anno successivo a Quota 104 è un «errore tecnico» che bloccherebbe molti lavoratori per 5 anni.

Per questo l’ipotesi sulla quale si ragiona è quella di una spalmatura della proposta su un arco di almeno tre-quattro anni. Si partirebbe cioè con Quota 102, per passare l’anno successivo o due anni dopo a 103 e così via fino a 104. Oppure, in una versione ancora più soft, si partirebbe l’anno prossimo da Quota 101 (63+38) anziché 102. Ovviamente queste correzioni comporterebbero la necessità di aumentare gli stanziamenti previsti nel triennio (circa 1,5 miliardi) dal Dpb, perché andrebbero in pensione anticipata più lavoratori. Ma poiché la manovra vera e propria, cioè il disegno di legge di Bilancio, deve restare di 23,4 miliardi, se si danno più soldi alle pensioni bisogna tagliare da qualche altra parte. I 5 Stelle hanno già fatto sapere che non se ne parla di ridurre i fondi per il Reddito di cittadinanza, come vorrebbe la Lega. Il Pd non è disposto a subire tagli ai 3 miliardi assegnati alla riforma degli ammortizzatori. Inoltre, lo stesso Pd, ma anche Leu, sono per ampliare la platea dei lavori gravosi per l’Ape sociale (si lascia il lavoro a 63 anni) e per prorogare «opzione donna», che consente alle lavoratrici di andare in pensione a 58 anni (59 se autonome) ma con l’assegno tutto contributivo.

Con la manovra verrà rivista anche l’indicizzazione delle pensioni: non si tornerà del tutto al vecchio meccanismo più favorevole, ma ci saranno comunque miglioramenti rispetto al sistema di adeguamento parziale utilizzato negli ultimi tre anni. Tutto il capitolo pensioni dovrebbe finire sul tavolo di una riunione della cabina di regia a Palazzo Chigi e di un vertice con i sindacati (già sul piede di guerra) prima della convocazione del consiglio dei ministri per il varo della manovra.

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