Ma i partiti politici servono ancora?

Le crescenti sacche di astensionismo conducono ad una riflessione sulleffettiva utilit dei partiti politici nella vita democratica del paese.

Aldilà dei proclami di questi giorni post-elettorali dei vincitori e i  mea culpa  degli sconfitti che accompagnano l’analisi  dei i risultati dell’ultima consultazione,  il dato che sembra essere quello più certo che si ricava  è sicuramente quello relativo al numero crescente di quanti hanno scelto di  non prendervi parte in alcun modo. Se un elettore su 3 in città come Milano, Torino e Napoli  hanno deciso di far qualcos’altro nei due giorni a disposizione per esprimere il voto, probabilmente sarebbe semplicistico  voler ridurre il fenomeno  all’apatia o alla semplice negligenza. Il fenomeno dell’astensionismo nel nostro paese, negli ultimi decenni,  ha assunto connotazioni sempre più marcate tanto da elevarsi al dato più significativo e più certo delle ultime tornate elettorali divenendo oggetto di studio e di disamina.

 A suon di record negativi, continui e costanti, negli ultimi 10 anni,  la partecipazione al voto è crollata di oltre il 20%, a livello delle amministrative, evidenziando che la necessità di porsi alcune domande al riguardo è divenuta ormai non più rinviabile.

 

L’agonia della democrazia dei partiti politici.

La prima e più ovvia domanda da farsi è il perché un terzo della popolazione ritiene inutile esprimere il proprio voto. La prima e altrettanto ovvia risposta al riguardo è, che a torto o a ragione, il giudizio sull’offerta politica, tradotta  in programmi e candidature proposte, è tale da non risultare in grado di  stuzzicare  alcun tipo d’interesse né tanto meno giustificare   il fastidio di recarsi alle urne. Ma la  seconda delle domande ovvie, è quella di chiedersi  se era lecito ipotizzare un risultato diverso davanti alla schiera di nani politici presentati come candidati in ogni angolo del paese e all’overdose di liste civiche di ogni tipo prive di qualsiasi storia  in un clima di sostanziale senso di sfiducia che accompagna, ormai da anni, il palcoscenico della politica nazionale. Quello che sembra evidente è che ad entrare in crisi non sia tanto la democrazia in sé quanto la democrazia  fondata sulla mediazione dei partiti politici. Poco credibili, inutilmente rissosi e soprattutto incapaci di farsi interprete delle reali esigenze di un paese che tenta l’ultima disperata carta per un rilancio che sicuramente, secondo l’opinione più diffusa,  avrà modo di realizzarsi solo nella misura in cui non finirà nella gestione delle forze politiche. Per quel che se ne dica e si pensa non abbiamo ancora raggiunto, a livello popolare, un conclamato stato  di atrofia democratica ma probabilmente in maniera crescente, almeno in termini numerici, abbiamo raggiunto la consapevolezza che il sistema dei partiti politici è congenitamente incapace di porre in essere qualsiasi iniziativa finalizzata al buon funzionamento del paese.

Come spiegarsi, poi, la crescente e dinamica partecipazione di questi ultimi mesi alle iniziative referendarie vale a dire a quelle forme di democrazia diretta che si svolgono per iniziativa dei singoli e senza il necessario filtro dei partiti politici e farla conciliare con una sorta di colpevole apatia nella partecipazione alla vita democratica del paese?

 

Il “Draghismo” il  colpo finale alla credibilità delle forze politiche.

Se oggi possiamo lecitamente interrogarci sull’utilità dei partiti politici è anche perché gran parte di essi, proprio in questi ultimi frangenti, risulta agli occhi dell’elettorato svuotato della propria identità che ormai vivendo  all’ombra del protagonismo e dell’autorevolezza  di chi prende realmente le decisioni per il bene del paese o almeno tenta di farlo.

Lo stesso “draghismo” con cui si etichetta questo particolare periodo della nostra storia repubblicana e che sembra ben evidenziare come nei meccanismi decisionali di questi ultimi mesi di governo le forze politiche si limitano sistematicamente alla ratifica di  scelte già decise e prese, induce al pensiero che i partiti politici probabilmente non sono così  indispensabili per far funzionare in maniera democratica il paese.

“ Quando il gioco si è fa duro, i duri hanno iniziato a giocare”  sembra proprio quello che è avvenuto con l’ingresso a  Palazzo Chigi di Mario Draghi. Nel senso che quando si è trattato di presentare un leader di governo autorevole per ottenere credibilità nei confronti di un’Europa dubbiosa sul nostro paese, è stato  evidente che non ci si è potuto affidare alla sintesi operata dai partiti politici come sempre  incapaci di produrre, anche in un situazione d’emergenza, una personalità che fosse dotata della sufficiente credibilità politica.

 

In conclusione maggiore è l’incapacità dei partiti a dimostrarsi in grado di assolvere alla loro funzione primaria  d’impulso alla vita democratica e di rappresentanza dell’elettorato,  maggiore è la legittimità di porsi domande sulla necessità e sull’utilità della loro esistenza. Quando si parla dell’astensionismo come una sconfitta della politica bisognerebbe, tuttavia, precisare che il fenomeno non determina tanto  la morte della politica in sé, quanto l’ evidente bocciatura di un determinato modo di fare politica, quella gestita per il tramite dei partiti politici.

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