L’industria napoletana, un ponte tra passato e futuro

Con il PNRR occorre valorizzare la produzione di qualità e l’innovazione delle imprese locali, che custodiscono un patrimonio ricco di conoscenze e competenze tecniche

L’arretratezza del Sud Italia la si può osservare da varie visuali, a seconda della quota di responsabilità che si vuole attribuire ai vizi dei meridionali o all’amministrazione statale. Ripercorrere la Storia della nostra Terra non è uno sterile esercizio teorico, perché ci può fornire la conoscenza necessaria per non ripetere nel presente gli sbagli del passato.

Percorrendo l’hinterland napoletano da Pozzuoli a Castellammare si incontrano decine di complessi industriali CHIUSI negli ultimi cinquant’anni: Partenavia a Casoria, Montefibre ad Acerra, Richardson-Merrel, Fag Italiana a Caivano, Avis (Avioindustrie) a Castellammare, Ciba-Geigy, Fondedile a Cercola, Sirma a Frattamaggiore, Industria Politecnica Meridionale (IPM) ad Arzano, Sofer, Cirio, Birreria Peroni, Centrale del Latte, Olivetti e Pirelli a Pozzuoli, Magrini Meridionale a Casavatore, Meltem, Snia Viscosa e numerosi altri opifici (tra cui Amato Filippone, Eternit, Remington Sud e soprattutto Italsider).

Dentro le gloriose fucine di quei capannoni, oggi malinconicamente dismessi, brulicavano migliaia di lavoratori, rimasti senza lavoro in un passato più o meno recente. Molti di essi sono diventati centri commerciali: l’Appia Center, il Campania, Le porte di Napoli, Eldo, Ikea, Medi, La Reggia Designer Outlet (La Reggia), Le Ginestre, Auchan, San Paolo, Jambo, Mercogliano, Carrefour, Città mercato, Le cascate, La masseria, Le aquile, Vulcano buono, Castorama Italia, Meridiana. Secondo le Pagine Gialle ci sono 811 centri commerciali a Napoli e provincia. 

In quei posti noi facevamo cose che gli altri compravano, ora gli altri vendono cose che noi compriamo. L’industria napoletana nell’Ottocento si sviluppava da Pozzuoli fino a Castellamare e nell’ottocento ebbe l’apice specie nel settore metalmeccanico.

Lo stabilimento di Pietrarsa, a San Giovanni a Teduccio, tre mesi prima dell'arrivo di Garibaldi, era la fabbrica metalmeccanica più grande e moderna d’Italia con 1050 dipendenti, mentre l'Ansaldo a Genova ne aveva 480 e la FIAT a Torino non era ancora nata. Con l’Unificazione d’Italia si passò dal protezionismo borbonico al liberismo piemontese e per Napoli ci fu il passaggio da città capitale a città periferica. A Pietrarsa vennero abbandonate le produzioni navali e belliche e furono mantenuti in servizio poco più della metà degli operai. L’industria napoletana, che nel periodo borbonico basava la sua fortuna sulle ricche commesse statali, iniziò a perdere questi ordinativi, trasferiti alle imprese settentrionali. La realtà napoletana iniziò, così, una lenta e inarrestabile agonia.

Un altro duro colpo all’industria napoletana fu inferto dai bombardamenti, sia degli alleati anglo-americani che delle truppe tedesche in ritirata, nel corso della seconda guerra mondiale. Alla fine del conflitto l’industria meccanica aveva perso tre quarti degli occupati ed erano totalmente distrutti il porto, gli altiforni dell’Ilva di Bagnoli, la Snia Viscosa e l’Eternit. Le Manifatturiere Cotoniere Meridionali, che prima della guerra erano la più grande industria tessile italiano, erano ridotti ad un ammasso di macerie. L’impresa tessile provò a recuperare i macchinari danneggiati, impostando un coraggioso piano di ricostruzione, nella speranza, poi delusa, che lo Stato avrebbe sanato le ferite della guerra. Nel decennio successivo del miracolo economico italiano nacquero importanti nuove fabbriche (Cementir, Italtubi, Lepetit, Rodhiatoce, Microlamba, etc.), troppo legate però all’assistenzialismo pubblico. I piani di investimento pubblico “straordinari, infatti, non agevolando gli investimenti privati, hanno privato l’industria napoletana della necessaria solidità e autonomia. L’assistenzialismo statale cessa allorché termina la “straordinarietà” dei provvedimenti e porta con sé la fine delle iniziative imprenditoriali sviluppatesi in modo estemporaneo.

Negli ultimi decenni, con la critica situazione finanziaria nazionale, non è stato possibile finanziare la riconversione delle aree industriali napoletane, con una drammatica migrazione di giovani qualificati verso il Nord e l’estero. Con il PNRR è indispensabile dare ossigeno alle imprese locali, che custodiscono un patrimonio ricco di conoscenze e competenze tecniche. Nei meandri delle imprese, che sopravvivono faticosamente, si nasconde l’attenzione alla produzione di qualità e talvolta all’innovazione. Si può ripartire da questi esempi virtuosi, abbandonando l’abitudine alle sovvenzioni pubbliche e alle conseguenti esperienze di dissipazione, clientelismo e corruzione, che hanno segnato le amministrazioni pubbliche locali.

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