Libert altrove dallAfghanistan

Alla caduta dei regimi totalitari osteggiati dalle grandi potenze non seguita unadeguata fase di stabilizzazione. La mancata legittimazione di fragili autorit nazionali determina caos e instabilit.

Con la presa di Kabul e i talebani al potere, rischiamo di abusare della parola “libertà” nell’altrove che non è Afghanistan. In realtà solo una piccola parte della popolazione mondiale vive in democrazie “complete e quasi tutto il mondo è in mano a dittature. A pesare il livello di democrazia nel mondo è il Democracy Index, che considera parametri come la partecipazione politica e le libertà civili, distinguendo gli Stati in “democrazia piena”, “democrazia imperfetta”, “regime ibrido” e “regime autoritario”.

D’improvviso siamo tutti presi dall’interesse per la sorte del popolo afghano, che si appresta a subire le vessazioni del regime talebano. In realtà la privazione della Libertà accomuna tantissimi Stati sui quali sono spenti i riflettori dell’informazione.

Il Paese con minori libertà al mondo è la Corea del Nord, dove vige una totale negazione della libertà di stampa. Violenza, repressione e corruzione endemica governativa devastano la Repubblica Democratica del Congo. La Repubblica Centrafricana è praticamente in mano a bande armate e priva di un Governo centrale. Sotto il regime di Bashar al-Assad, la Siria è martoriata da una tremenda guerra civile costata più di 500mila morti e sei milioni di profughi. In Ciad e Yemen imperversano lunghe e cruente guerre civili, con popolazioni che muoiono di fame. In Turkmenistan il presidente ha modificato la costituzione per poter rimanere al potere a vita. In Libia c’è un feroce regime, responsabile dei massacri dei migranti nei campi di detenzione dove avvengono vere e proprie torture e tollerante degli scafisti che causano milioni di morti, annegati nel Mediterraneo in cambio di lauti guadagni. In Venezuela governa Nicolas Maduro, un efferato criminale. La Guinea Equatoriale ha un dittatore dal 1979, il Tajikistan dal 1993. La Repubblica democratica del Laos è in mano a una dittatura comunista da decenni. In Iran si registrano sistematicamente pesanti violazioni dei diritti umani. Il presidente dell’Eritrea, in carica dal 1993, appoggia gruppi terroristici ed è stato condannato per crimini contro l’umanità.

Dopo l’ennesimo fallimento di una “missione di pace” bisogna chiedersi quale ingerenza le potenze mondiali debbano e possano avere nella gestione delle crisi locali.

Il ruolo delle grandi potenze è determinante nella caduta di regime ostili all’estabilshment, ma le stesse mancano nella fase di ricostruzione e stabilizzazione dei Paesi. Il caos conseguente al crollo dei regimi determina situazioni ingestibili che non consentono il consolidamento della legittimità di fragili autorità nazionali. Sovente, anziché ridare dignità alle popolazioni locali, le forze occidentali instaurano veri e propri Governi fantoccio, che non hanno la forza necessaria per avviare un vero e proprio processo di democratizzazione.

La Storia insegna che alcuni eventi sono inevitabili manifestazioni del diritto del popolo di determinare in modo indipendente il proprio destino, con i tempi dovuti e il percorso più adatto.

Per adesso i leader talebani hanno assicurato online e ai mezzi di informazione che non avrebbero compiuto omicidi per rappresaglia o sequestrato proprietà dopo la presa del potere. Ma ci sono segnali inquietanti che le loro promesse non siano mantenute. Alla prima conferenza stampa dei talebani, un portavoce ha detto che avrebbero permesso alle donne di lavorare e studiare, ma «entro i limiti della legge islamica». Nonostante questo fronte più moderato, le donne afgane manifestano una profonda ansia mentre cercano di valutare il loro futuro. Si teme fortemente un ritorno al passato repressivo, in cui le donne avevano poche opportunità. Gli afgani stabilitisi all’estero negli ultimi due decenni descrivono conversazioni angoscianti con i familiari rimasti in Patria, per il timore che i talebani possano vendicarsi dell’appoggio fornito agli occupanti stranieri. Intanto nella memoria restano le scene della gente disperata all’aeroporto di Kabul, simbolo dell’ennesimo tentativo fallito di plasmare sul modello occidentale una terra lontana.

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