Leggiamolo insieme

La crescita passa anche attraverso la socializzazione disinteressata, attraverso lo svago, attraverso tutti i momenti di libera comunione con laltro.

Da quando il coronavirus è entrato nelle nostre vite, stiamo facendo i conti con le norme di distanziamento e con le altre limitazioni alle nostre libertà. Si tratta di regole necessarie per contenere i contagi ma con cui non è facile convivere. Non è facile perché in primo luogo l’uomo è un animale sociale, il cui carattere sostanziale è nel suo relazionarsi con i propri simili. La socialità è, dunque, un bisogno degli uomini affinché siano propriamente uomini. Il dialogo, il vivo rapporto con il nostro simile non può far altro che arricchirci, contribuire al nostro processo di formazione.

Il rigore delle normative per mesi ha quasi negato ogni possibilità di confronto con l’altro, sia esso un professore oppure un coetaneo, se non attraverso la mediazione dello schermo di un pc o di un tablet. Ecco perché è importante più che mai sfruttare ogni opportunità per interagire con gli altri. La crescita passa anche attraverso la socializzazione disinteressata, attraverso lo svago, attraverso tutti i momenti di libera comunione con l’atro.

Le opportunità di dialogo sono ovunque, anche la mattina presto in un pullman di pendolari.

Ore sette di un mattino, sosia di tanti altri e cappello di un comune giorno feriale. Autobus da Cercola per la Stazione centrale di Piazza Garibaldi, a Napoli. Salgo incazzata per aver perso la corsa precedente, causa traffico da ingorgo tra il letto e il bagno dovuto a lungo maquillage di madre e sorella. Sopra il mezzo c’è un ragazzo che ha uno sguardo perso. Malattia o cervello bruciato da qualche sostanza? Cerco di capire. È grassoccio, con pantalone e giacca palesemente troppo larghi. Farfuglia qualcosa tra sé e sé con tono monocorde e occhi spenti.

Gli sono seduta di fronte e, accanto a lui, quindi davanti a me, una signora anziana si siede, lo fa distrattamente sopra un lembo della sua giacca. Lui la guarda, stancamente, tira con forza il copri abito di stoffa e le urla: «Ma non lo vedi dove ti sei messa?». La signora tace, mi guarda, si alza e si siede da un’altra parte. Rimaniamo io e lui.

Tiro fuori un piccolo libro, con la copertina consumata e non finisco di leggere un rigo che mi chiede se quella signora sia mia madre. «No, non l’ho mai vista prima», abbozzo un sorriso, abbasso lo sguardo e provo a riprendere la lettura. Ma lui ancora: «È un libro di preghiere, quello?». Io: «No, no, è un normale libro… è solo un po’ vecchiotto, è degli anni trenta». «Ma trenta Anticristo o dopo Cristo?» (Giuro che ha detto proprio Anticristo!). «Dopo Cristo… Intendevo 1930». «Mmmh…». (Non mi sembra convinto). Ritorno sulla pagina di prima e riesco a leggere anche le quattro, cinque successive. «Mamma mia e quando lo finisci?». (In realtà si tratta di un libro di poche pagine). «Non ci vuole tanto, se la storia è bella si legge velocemente, tu leggi mai?».

«Sì… leggo quelli astratti». «Intendi… i quadri?». «Sì, …mi piacciono i ritratti». Beh, sarà il caso o magari era riuscito a buttare uno sguardo sulla pagina che stavo leggendo, fatto sta che il libro era aperto su un capitolo che si chiamava proprio “Il Ritratto”. Gli chiedo: «Ti piacciono i ritratti?». «». «Lo sai come si chiama questo capitolo?» e giro la pagina verso di lui. Quando legge “Il Ritratto”, il viso vistosamente si allarga, gli occhi si spalancano, la bocca mostra un sorriso e diventa rosso tra lo stupore e il divertimento. Nella sua ingenua “pazzia”, mi chiede: «Me lo leggi?». Io, nella mia inibita “normalità”, rispondo: «Leggo qui ad alta voce? C’è gente, mi prenderebbero per matta». «Che t’importa di quello che pensano gli altri? Dai, leggi il libro per me». Per convincermi, tira fuori un paragone quantomeno curioso: «Vabbè, ma allora quelli che in Chiesa leggono ad alta voce?». «Ma io sono timida». Figuriamoci, ormai s’è impuntato, schiva la mia scusa e rilancia: «Pure io sono timido e sto parlando con te. Dai per favore leggi fino alla conclusione della pagina».

Mi convince. Per una volta chissenefrega della “normalità”. Rilancio: «Va bene, ma poi leggi anche tu, la pagina successiva, poi rileggo io e così a seguire».

Lo invito a iniziare per primo, prende il libro in mano e come un bambino comincia: «Il ritt-tratto dopo quel col… coll… lochio andai er-r-r-ando…errando, per cir-rca due ore…». Termina faticosamente la pagina e mi ridà il libro dicendo: «Ora tocca a te!». Io, non so perché, torno a leggere la stessa parte che aveva letto lui, forse perché non ci avevo capito nulla, concentrata com’ero sulla sua balbuzie. Quando comincio lui mi interrompe con un: «Eh no, questo l’ho già letto io». Riconosco l’errore e riprendo la lettura: «Avrei voluto prendere…». «Alza la voce che non ti sento!». «Avrei voluto prendere qualche decisione, agire senza…». Concluso il mio pezzo: «Vai tocca a te!». E così via, per cinque, sei volte a testa. La mia voce ormai ha un tono alto. Sorrido divertita, lui pure. Nonostante inciampi spesso nelle parole, continua senza colpo ferire, claudicante, deciso e imperterrito.

Durante tutto questo tempo una ragazza, seduta dietro al mio amico, sorridendo, ci segue incuriosita.

L’autobus sta arrivando alla mia fermata, chiamo l’ultimo giro dopodiché infilo il libro nella borsa e mentre vado per salutare, lui mi chiede una cosa semplicissima… il mio numero di telefono. Non ce l’ho fatta. La mia “normalità” mi grida: «Ma che sei matto?». Rispondo che non ho il cellulare e, stupidamente, gli domando perché me lo chiede. Lui, dispiaciutissimo, mi dice una cosa scontata: «Perché così rimaniamo in contatto, sei simpatica». «Eh no, purtroppo non ce l’ho, ma se domani mattina riprendi questo autobus ci rivediamo. Comunque prendi un libro e comincia a leggere che sei bravo». Lo saluto e lo lascio con una smorfia di dispiacere.

Scendo dall’autobus insieme a una ragazza, lei mi ferma per dirmi che la scena era stata molto bella e divertente dal di fuori. Confessa che a un certo punto si aspettava, e lo sperava, che il mio amico “pazzo” girasse il libro anche a lei per leggerlo; lei poi l’avrebbe dato a un altro ancora e così via, fino a ritrovarci tutti a leggere ad alta voce un pezzo di libro.

Lo schermo dietro il quale ci siamo nascosti per mesi, ci ha reso più insicuri. La pandemia da coronavirus, le restrizioni e lo stare continuamente connessi ha generato stress specie nei ragazzi e nei bambini. C'è quindi bisogno di una sorta di “riabilitazione sociale” per tornare a instaurare le necessarie relazioni affettive che ci facciano sentire legate in modo stabile a persone, luoghi e cose. L’uomo è un essere sociale che si definisce attraverso l’interazione con gli altri, dapprima nella primaria cellula sociale che è la famiglia, e poi negli altri contesti sociali nei quali, crescendo, si trova ad esprimere la sua personalità.

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