Le 2 anime della COP26

Assenza della Cina a parte, sar davvero difficile imporre a tutti gli Stati del mondo una deadline unica per azzerare le emissioni di CO2.

Quello che si sta tenendo nella città di Glasgow in questi giorni è con ogni probabilità uno dei summit più importanti del secolo. Il l carattere di estrema urgenza della questione ambientale ha fatto della COP 26, acronimo che sta per Conferenza delle parti,  uno dei momenti più importanti per la salvaguardia delle sorti del pianeta  minacciato ormai con una certa continuità e con una certa evidenza  dai fenomeni collegati al cambiamento climatico in atto. Gioco forza la COP 26 dovrà necessariamente  rappresentare il punto di svolta dell’intera questione a meno che non si voglia lasciare alle future generazioni  un pianeta malandato e sconvolto dagli effetti più drammatici del cambiamento climatico,  con una vivibilità ridotta al lumicino. Un punto di svolta improrogabile  che arriva quando l’allarme rosso è già scattato da qualche tempo e a cui dovrà far seguito il rilancio di tutti quei propositi contenuti fin  dal 2015 nell’accordo di Parigi.

 

Una COP senza la Cina.

Sicuramente ha fatto discutere e continuerà a far discutere l’assenza della Cina dai tavoli di lavori che si stanno tenendo nella città scozzese di Glasgow. Un’assenza senza alcun  dubbio pesante in quanto priva il summit non solo di uno dei paesi importanti dell’economia mondiale ma anche di uno dei paesi dalle cui  scelte energetiche dipenderà in massima parte l’auspicata  riduzione delle emissioni di CO2 del pianeta responsabile del cambiamento climatico.

Infatti,  l’assenza del colosso cinese priva il dibattito mondiale sul clima del paese che a fronte della sua popolazione di  1,4 miliardi di persone è senza dubbio il maggiore consumatore di energia del pianeta tanto da ritenersi responsabile di quasi il 30% delle emissioni totali di CO2. Una situazione alla quale si arriva attraverso la pronunciata  dipendenza energetica di quel paese  ad una delle fonti di produzione dell’energia  più inquinanti,  come il carbone. A tal proposito si può affermare che circa il 60% dell’energia consumata dalla Cina è prodotta attraverso il carbone, un paese che quindi si alimenta bruciando in termini di quantità la metà del carbone utilizzato a livello dell’intero mondo. Alla luce di questa considerazione appare evidente che qualsiasi accordo venga raggiunto in Scozia non potrà ai avere effetti decisivi se non attraverso il coinvolgimento diretto di Xi Jiping.

 

Obiettivo Zero Emissioni: le due anime della COP 26

Tutte le più accreditate conoscenze scientifiche hanno ormai da tempo evidenziato la stretta correlazione esistente tra emissione di CO2 e cambiamento climatico soprattutto in termini di incremento delle temperature del pianeta. Essendo questa l’evidenza scientifica il modo più congruo per contrastare l’incremento della temperatura è quello basato sulla progressiva eliminazione delle emissioni di CO2, risultato conseguibile solo attraverso il correlativo e integrale abbandono delle fonti energetiche rappresentate dai combustibili fossili come carbone, petrolio e gas. Il vero nodo fondamentale di questi giorni di animate discussioni ruota, quindi,  tutto intorno all’impegno  vincolante circa i termini entro i quali ogni Stato del mondo dovrà assicurare la concretizzazione pratica dello stadio dello zero emissioni. A tal proposito l’intero summit è agitato dalla contrapposizione tra due anime diverse, quella facente capo ai paesi più industrializzati e quella dei cosiddetti paesi in via di sviluppo. Mentre i primi spingono a marce forzate verso l’obiettivo,  i secondi che non hanno ancora realizzato il medesimo standard di benessere sono molto più restii ad impegnarsi a stretto giro ad una transizione energetica che sicuramente minerebbe i loro trend di sviluppo. Il caso India, a tal proposito è emblematico dell’atteggiamento degli Stati in via di Sviluppo,  con lo slittamento al 2060 della realizzazione dello zero nella casella delle emissioni di CO2. Si tratta di Stati che vivono in un mondo in gran parte dominato dalla catastrofe ambientale prodotta dall’atteggiamento irresponsabile degli Stati più ricchi e che non vogliono, ora come ora, caricarsi le spalle di una responsabilità come quella ambientale che ostacolerebbe il loro approdo a condizioni di vita sociale ed economica in linea con il resto del mondo.

 

Tuttavia anche a voler considerare le esigenze di sviluppo di alcune parti del mondo come sacrosante, non si può nascondere che, al punto in cui siamo arrivati, nessuna ragione può giustificare il disconoscimento prioritario  delle istanze ambientali a meno che non si voglia sacrificare l’intero  pianeta per esigenze di uniformità mondiale nello sviluppo economico -sociale. Una scelta che sarebbe davvero folle alla luce della gravita della situazione in atto .  Un mondo dove l’approvvigionamento energetico è realizzato attraverso i combustibili fossili responsabili del 75% d’emissione globali è semplicemente un mondo che non può più esistere senza mettere a rischio la sua stessa sopravvivenza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

....

Raccontiamo nuove storie

Commenta

Top