La Leopolda e le prove tecniche di nuovo centro.

Da Firenze e da Matteo Renzi riprende corpo lidea di un nuovo polo del centro in grado di rappresentare lorientamento moderato del paese.

Si chiudono i giorni della Leopolda, il convegno politico creato nel 2010 da Matteo Renzi che si tiene ogni autunno nella città di Firenze, segnando specie quest’anno, il ritorno dell’ex premier all’attivismo politico. Alla vigilia di un periodo politico che si prevede quanto mai intenso e combattuto con la legislatura che si avvia al suo termine naturale,  senza poter escludere tra l’altro l’eventualità di uno stop anticipato e con la turbativa della scelta del nuovo Presidente della Repubblica, è senza dubbio giunto il momento di far sentire la propria voce. Di qui l’attivismo di Matteo Renzi conscio che il momento è quello propizio per  sfruttare le debolezze insite sia alla sinistra che alla destra e di recuperare una certa capacità d’iniziativa strategica per continuare ad animare  le scene della politica nazionale. Il richiamo a Machiavelli, dell’ultimo giorno di convegno, non cade a sproposito finendo per giustificare, come sempre, qualsiasi mezzo per raggiungere il fine politico prefissato finanche l’aperto dissenso verso quella sinistra che qualche tempo fa aveva promesso di riformare.

 

Quanto valgono una manciata di consensi?

Una delle principali anomalie prodotte dalla legge elettorale in vigore è quella di assegnare anche a minuscole entità politiche, come l’Italia dei valori, un ruolo decisivo nello scenario politico nazionale. Un’anomalia macroscopica che consente oggi a una piccolissima forza politica di elevarsi ad ago della della bilancia determinando attraverso una manciata di consensi l’orientamento politico generale andando notevolmente oltre a qualsiasi vincolo di  rappresentatività che pur dovrebbe essere il principio cardine e di fondo di ogni democrazia. Così in questi giorni abbiamo assistito, proprio sulla base di questa evidente anomalia di fondo, al protagonismo di una forza politica legittimata ad avocarsi il merito di aver salvato il paese dalle pastoie del Conte-bis e di aver consegnato responsabilmente le sorti del paese  nelle migliori mani possibili, quelle di Mario Draghi. Ma non si tratta solo di questo quello che, infatti, emerge evidente dalle parole pronunciate nel corso della Leopolda è che il prossimo futuro dovrà necessariamente fare i conti con il perpetrarsi di questo protagonismo che continuerà in qualche modo ad avere il suo ben preciso  peso specifico.

 

Il ritorno al grande centro

Il messaggio politico principale emerso in questi giorni da Firenze è quello che lascia presupporre un nuovo tentativo di costituzione di un grande centro moderato, equidistante dal populismo della sinistra e dal sovranismo della destra. Ritorna ancora una volta in auge quell’idea ricorrente,  mutuata dal nostalgico ricordo dei successi di quella Democrazia Cristiana in grado di dominare le scene delle precedenti repubbliche, del grande polo dei moderati, un disegno mai tramontato  nell’iniziativa della politica nazionale ma mai definitivamente compiuto,  nonostante svariati e continui tentativi. Di qui la necessità di demarcare il territorio fertile su cui concretizzare  le future alleanze in grado di esprimere un polo che dovrebbe rappresentare tutti i moderati del paese e che tradizionalmente vengono ritenuti come la maggioranza nel nostro paese. Così si giustificano le botte a quella sinistra che nasce dall’intrecciarsi delle sorti del PD con i Cinque Stelle  che si alternano con le bordate a quella destra sovranista e anti europeista rappresentata dalla Lega di Salvini e da Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Tutto quello che rimane al di fuori di  questo rappresenta proprio quel terreno fertile per l’edificazione del polo centrista di cui proprio Renzi, in questi giorni, si fa promotore guardando a Calenda ma ancora di più a chi nei contrapposti schieramenti di destra e di sinistra mostra qualche imbarazzo di troppo o verso i Cinque Stelle o verso l’alleanza con la Lega e i Fratelli d’Italia.

 

Il 2022 l’anno della resa dei conti.

Ora che il governo Draghi mostra qualche scricchiolio di troppo per buona parte determinato dall’agitarsi anche di Italia dei valori, con qualche scivolata parlamentare nelle rare occasioni in cui  evita il ricorso al percorsa blindato della fiducia e l’approssimarsi della scelta del nuovo Presidente della Repubblica  fa ritenere che il prossimo anno potrebbe  essere quello della resa dei conti soprattutto con il ritorno alla normale dialettica della contrapposizione politica che potrebbe essere agevolata con le elezioni anticipate. Eventualità quest’ultima che per quanto poco probabile non è totalmente da scartare a priori soprattutto se l’unica persona ritenuta adeguata al ruolo di Presidente della Repubblica fosse ritenuta proprio Mario Draghi, attuale presidente del consiglio.

 

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