La Giornata mondiale della libertà di stampa e l’informazione libera

Per evitare di influenzare le opinioni occorrono mezzi d’informazione imparziali e autonomi ed un pubblico che fruisca dei media con atteggiamento critico

Il 3 maggio, Giornata mondiale della libertà di stampa, è stata l’occasione per riflettere sull’importanza del diritto all’informazione libera. Ogni occasione è utile per allertare e sensibilizzare il pubblico sui rischi che si corrono a causa di immagini preconfezionate o notizie assorbite senza analisi, che, senza accorgersene, diventano parte integrante del sapere. Quando il conformismo pervade l’informazione, questa diventa mistificazione della realtà o vero e proprio sistema di propaganda. Riuscire a controllare, o per lo meno condizionare, i mezzi di informazione può quindi diventare una tentazione molto allettante per chi ha il potere di farlo. Una notizia data oppure non data, un commento positivo o negativo da parte di chi informa può essere determinante per influenzare le opinioni di chi ascolta. Per evitare che ciò accada è necessario uno sforzo sia da parte di chi gestisce l’informazione, sia di chi ne fruisce. Chi deve informare, ossia i giornalisti ma anche gli editori, devono farlo con imparzialità e autonomia, respingendo ogni tentativo di ingerenza. Ma è altrettanto importante che chi adopera l’informazione lo faccia con un atteggiamento critico, non accettando pigramente qualunque dato, ma distinguendo l’informazione genuina da quella di parte.

Per un giornale online è fondamentale pubblicare ogni genere di notizia e farlo prima dei giornali concorrenti: risulta dunque alto il rischio di imbattersi in informazioni ingannevoli. Un giornalista che si imbatte in una notizia interessante è in conflitto tra due opposte esigenze: informare il pubblico quanto prima e verificare la fondatezza della notizia. Il corretto esercizio del diritto di cronaca dipende dal modo in cui il giornalista risolve questo conflitto. Un giornalista deve sempre verificare le informazioni ottenute dalle sue fonti, accertarne l’attendibilità e controllarne l’origine.

L’avvento di Internet ha certamente aumentato la possibilità di informarci, ma ha anche accresciuto l’esposizione ad un controllo e vigilanza delle nostre abitudini, con il rischio di essere condizionati da una specie di “governo invisibile” che manipola invisibilmente i nostri gusti, suggerisce le nostre idee, invade la nostra coscienza politica e attenta alla nostra capacità di pensare senza condizionamenti esterni.

I principali media sono controllati da pochi editori che tendono a fornire un’informazione piatta, che non stravolga gli equilibri. Coloro che mettono in dubbio le “verità” consolidate sono considerati estremisti. La vera dissidenza si è trasformata in un fatto “esotico” o “complottistico”. D’altra parte le interpretazioni dei fatti non possono che essere diverse, non solo perché personali e soggettive, ma anche perché influenzate da diversi punti di vista e differenti contesti culturali, che caratterizzano, appunto, la pluralità.

Il problema della veridicità dei fatti raccontati risale al mondo classico. Per gli antichi scrivere storia significava tramandare fatti realmente accaduti, badando però non solo a registrare gli eventi, ma a individuare le connessioni, i rapporti di causa, e possibilmente ricavandone un insegnamento. 

La letteratura classica è pregna di autori che con onestà intellettuale hanno ricercato la “verità storica”. Con le opere di Erodoto (V secolo a.C.) nasce la ricerca condotta in preparazione dell’opera: una ricerca che abbraccia avvenimenti, tradizioni, resoconti di viaggi, notizie geografiche e prende le distanze dall’oralità dei rapsodi e dei poeti lirici. La memoria collettiva tramandata da Erodoto è frutto di una indagine razionale che, pur registrando tradizioni e notizie stravaganti o mitologiche, è narrata con professione di imparzialità. Il definitivo superamento della tradizione logografica si ebbe, poi, con le «Storie» dell’ateniese Tucidide che si proponeva di ricostruire i fatti attraverso un’indagine rigorosa, escludendo il favoloso e il soprannaturale e rifiutando ogni abbellimento retorico, non limitandosi a fornire semplicemente un’interpretazione del passato, ma individuando una serie di costanti nella natura umana e nel suo operato, proponendosi di determinare un mezzo per comprendere la realtà futura e agire di conseguenza.

Tornando ai nostri tempi, più la fonte d’informazione è autorevole, minore sarà il bisogno di verificarne l’attendibilità e di cercare riscontri. Soltanto alcuni tipi di fonti garantiscono, però, credibilità all’informazione, perché hanno autorevolezza istituzionale o competenza specifica, sulle altre c’è da rimboccarsi le maniche e verificare. In genere le fonti ufficiali si identificano con gli organi statali: testimonianze, documenti e fatti accertati nelle sentenze dei giudici, notizie fornite dai Carabinieri o dalla Polizia durante una conferenza stampa, comunicati emessi dalle Autorità sanitarie, accertamenti effettuati da una Autority, etc. Ciò che viene tratto da una fonte ufficiale è vero per antonomasia e non necessita di verifica. L’ufficialità della fonte sostituisce il controllo sulla fondatezza della notizia. Se però i mezzi di informazione governativi divengono anch’essi strumento di propaganda, cade anche l’affidabilità delle fonti ufficiali. Ecco che nasce il giornalismo di inchiesta, con il quale si ricerca attivamente la verità ponendosi in relazione diretta con il fatto, anziché acquisirlo o ricostruirlo passivamente basandosi su fonti ufficiali. La funzione del giornalista è quella di apprendere un fatto dall’interno della società civile per restituirlo alla collettività sotto forma di notizia. Se il giornalista pubblica una notizia senza verificarne la fonte, rinuncia non soltanto alla ricerca della verità, ma alla stessa funzione sociale di fare informazione.

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