La coscienza di Zero: Strappare lungo i bordi

Per volevo guard na serie, non fa psicoterapia. Li mortacci tua

Dallo scorso 17 novembre sul web non si fa altro che parlare di una sorta di sessione di psicoterapia della durata di 6 episodi, a portata del proprio divano di casa, a tratti un’opera filosofica moderna: Strappare lungo i bordi, la nuova serie Netflix ideata e diretta dal fumettista Michele Rech, in arte Zerocalcare. Una serie rivelazione, dalle illustrazioni brillanti, che non manca in ogni suo fotogramma di mostrare chicche e minuzie, talvolta impercettibili, mantenendo lo spettatore incollato allo schermo nell’intento di non perdersi neanche un dettaglio. 

Lui, Zero, protagonista della sua stessa storia, riflesso di una parte della sua vita: diretto, al fianco dei suoi amici d’infanzia, Sarah e Secco, verso Biella, all’insegna di quello che si rivela essere un viaggio difficile e complicato, il cui peso è sorretto a stento dal protagonista stesso. 

A fare compagnia, inoltre, a Zero c’è l’Armadillo, doppiato da Valerio Mastandrea e l’unico personaggio a non rubare la voce a Michele Rech, che l’ha invece prestata a tutti i personaggi della serie: questo perché mentre l’Armadillo è la rappresentazione della sua coscienza, una sorta di grillo parlante che istruisce e accompagna Zero dal giorno zero, con la capacità di schiaffargli in faccia ciò da cui fugge, ma che non sfugge al protagonista; quindi l’unico punto di vista puntuale, critico, obiettivo, mentre tutti gli altri sono personaggi secondari in una storia non loro, ologramma di se stessi, filtrati dagli occhi di Zero, che così pretende di farne le veci. La stessa Alice -la ragazza che il protagonista conosce e di cui si innamora una volta finita la maturità nel lontano 2001, ma anche la sua storia mai concretizzatasi, quella classica situazione sospesa in cui nessuno fa un passo avanti per paura di andare a ritroso- è doppiata da una voce metallica e robotica, statica: scelta che sta a sottolineare la distanza emotiva che Zero vuole disperatamente tracciare tra lui e la biellese fuorisede, Alice per l’appunto. 

Una narrazione introspettiva, pluri livellare: contraddistinta dalla presenza di trame minori che, apparentemente fini a se stesse, si rivelano indispensabili pezzi di puzzle dell’interminabile e costante monologo interiore di Zero, del suo flusso di coscienza in cui lo spettatore è trovato a perdersi, al fianco stesso del protagonista. Una miscela di critica e autocritica puntuale, sarcastica, ironica, propria di chi fatica a prendersi sul serio, un umorismo pungente che si  esplicita nell’alternanza sfacciata di momenti di cui è in balia lo spettatore: alle prese con se stesso in una riflessione emotiva e subito schiaffeggiato da una battuta sarcastica e acida, e viceversa. Massime profonde che scaturiscono dalle situazioni più leggere, che acquisiscono così un peso insormontabile: la scelta della pizza da ordinare, la presunta delusione arrecata a un’insegnante per la difficoltà riscontrata nella sua materia. Una generalizzazione di esperienze e pensieri accomunante, eretta su luoghi comuni, che fa da collante alle coscienze dell’autore e degli spettatori: un viaggio nel viaggio, alla scoperta di sé e degli altri, delle pressioni sociali che incombono su ogni individuo, del paragone costante con la vita altrui, del necessario bisogno di trovare il proprio posto nel mondo e di farsi andare bene quello che, alla resa dei conti, si è trovato, anche se non corrispondente a quanto prospettato. Dello strappare lungo i bordi tentando di seguire minuziosamente il tracciato, del ritrovarsi in mano un foglio che non ha propriamente assunto la forma prefissata: perché proprio strappare, paradossalmente, comporta l’impossibilità di seguire i bordi. Di una vita che va così, per tutti: che lascia cicatrici e sferra pugni, dà molto e pretende indietro il triplo. Degli assunti traballanti su cui la stessa vita di ciascuno si eregge. Un viaggio alla riscoperta del peso delle proprie scelte che paralizza chi ha paura ed è insofferente al futuro: inerme ad osservare il tempo che scorre per tutti, preferendo ritrovarsi indietro piuttosto che tentare di andare avanti. Della comune abitudine di rifugiarsi nella propria realtà, quando questa diventa insostenibile. 

Una filantropia intrinseca che accompagna dal minuto 1 lo spettatore, alla scoperta di una verità cruda e rasserenante in base alla quale egli stesso riconosce di essere solo un filo d’erba, privo di ogni peso del mondo e pertanto uguale agli altri. Con gli stessi problemi, le stesse paure, la stessa complessità: in grado di incidere sulle vite altrui in modo pressoché irrilevante. Il sollievo da un peso. La leggerezza di non essere solo. La consapevolezza di non essere l’unico. 

 

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