La COP26 dei piccoli passi non convince le nuove generazioni.

Dal 1990 ad oggi, nonostante gli avvertimenti del mondo scientifico risalenti a 30 anni fa, la situazione notevolmente peggiorata. Le nuove generazioni pagano lirresponsabilit di quelle precedenti.

Quando si parla di cambiamento climatico e di tutte le sue conseguenze,  molte volte non si mette bene in  evidenza come le attuali e drammatiche  condizioni del pianeta, sono il frutto dell’irresponsabilità delle generazioni passate. In particolare si può affermare, senza possibilità di smentite,  che  gran parte delle responsabilità della catastrofe ambientale sono direttamente collegabili allo scellerato comportamento dei cosiddetti baby boomer, ritenuti unanimemente la generazione artefice del più grande spreco di risorse naturali della storia dell’umanità. A quella generazione votata all’edonismo e allo sfrenato consumismo dobbiamo, così,  buona parte delle conseguenze che le nuove generazioni sono chiamate a fronteggiare quotidianamente facendo i conti con la veemenza dei fenomeni meteorologici, con l’innalzamento del livello dei mari,  con la scomparsa di intere specie di animali e con la  l’eliminazione della biodiversità.

 

 

Anno 1990: il primo rapporto IPCC sui pericoli del cambiamento climatico

Correva il 1990 quando John Houghton a capo dell’Ipcc- Gruppo intergovernativo per il cambiamento climatico- poneva la sua firma sul primo rapporto avente ad oggetto la pericolosità dei cambiamenti climatici. L’atto che ormai può essere storicamente collocato agli albori della sensibilità ambientale vide scienziati di tutto il mondo armeggiare con termini, divenuti negli tempi di pubblico dominio, come innalzamento della temperatura terrestre e livello di emissioni di CO2 nell’ambiente. Siamo ai primissimi allarmi aventi ad oggetto le condizioni di salute del pianeta che seppur lanciati da organi autorevolissimi finirono in pasto a una generazione assolutamente priva di qualsiasi sensibilità per questioni di questo genere. Una generazione, quella dei trentenni degli anni 90,  che non solo non  era predisposta a recepire gì ammonimenti scientifici del momento ma che addirittura conduceva uno stile di vita ispirato a concetti del tutto contrari a quegli stessi ammonimenti. Ci sono voluti decenni perché le istanze ambientali si trasformassero da tematiche d’interesse di ristrette élite a tematiche di dominio e di interesse  comune. Nel mondo pre-digitale del resto era  piuttosto semplice per chi non intendeva raccogliere quei segnali disinteressarsi totalmente della questione, visto che si era ben lontani dal tam tam martellante dell’informazione digitale e quindi di conseguenza moltissime informazioni finivano per non avere la risonanza che meritavano finendo nell’assoluta irrilevanza.

 

I babyboomer troppo distratti per prendere coscienza del problema.

Si è detto che uno dei primi allarmi relativi alla situazione ambientale del pianeta risale a più di 30 anni fa essendo datato 1990. A quell’epoca e in quell’occasione scienziati di tutto il mondo non solo già evidenziavano come il pianeta fosse colpito da una specie di febbre, con un’incremento di temperatura media dello 0,3- 0,6 rispetto all’era pre-industriale,  ma altresì prevedevano i pericoli conseguenti alle ’immissioni nell’atmosfera di CO2, a quell’epoca ammontavano a  22 milioni di tonnellate. Niente di tutto questo servì, tuttavia, a determinare in quelle generazioni un barlume di sensibilità ambientale e nonostante qualche effetto già si palesasse si fu lontanissimi  dall’originare un vero e proprio allarme globale. Così estati via via più torride, il crescente inquinamento dei mari e dell’aria e qualche specie animale che diceva definitivamente addio al mondo furono fenomeni che una generazione distratta non seppe né leggere né interpretare e né considerare nella giusta maniera. Decenni di assoluta irresponsabilità hanno determinato la drammaticità della situazione attuale rispetto alla quale le nuove generazioni non hanno la stessa possibilità di voltarsi dall’altra parte facendo finta di niente, vuoi per l’estrema gravità dello stato attuale delle cose, vuoi per la crescente sensibilità dimostrata, specie negli ultimi anni, dalle nuove generazioni, verso le condizioni di vivibilità del pianeta.

 

Com’è cambiato il mondo in 30 anni.

Sarebbe troppo lunga la lista delle cose che sono cambiate nello stato di salute del pianeta in questo lasso di 30 anni. Innanzitutto i 22 milioni di tonnellate di CO2 immesse nell’atmosfera sono diventati i 33 milioni attuali, ponendosi in maniera sempre più corposa come origine di tutta una serie infinita di conseguenze che fanno dell’emergenza ambientale la priorità dei nostri giorni. Così mentre i mari continuano a crescere a ritmi mai visti in precedenza, addirittura rasentando i 4,4 mm di innalzamento all’anno, il mondo ha perso 420 milioni di ettari di foreste a causa dell’attività degli uomini e gli eventi climatici estremi sono numericamente raddoppiati, mentre il 69% dell’intera popolazione di animali selvatici hanno  definitivamente salutato il pianeta terra.

 

La nuova sensibilità ambientale e il presunto fallimento della COP26.

Non v’è dubbio che rispetto ai baby boomer le nuove generazioni hanno ben altra sensibilità rispetto alle questioni ambientali, frutto della considerazione come prioritarie delle tematiche che hanno a che fare con la salvaguardia delle condizioni di salute del pianeta che ci ospita. Questa evidenza lascia sperare per il prossimo futuro che si spezzi, una volta per tutte, quella orribile catena che vuole le nuove generazioni  pagare le conseguenze dello scellerato comportamento di quelle precedenti. Molto probabilmente non si assisterà più al dominio dell’irresponsabilità ma a una presa di coscienza sempre più consapevole della gravità dell’emergenza ambientale e a una crescente insofferenza verso il bla bla bla della politica internazionale ufficiale, insofferenza che senza compromessi etichetta i piccoli passi compiuti dalla COP26 come un vero e proprio fallimento.

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