La cena di Natale: un libro ma anche uno stato mentale

Una lettura sul classico clich natalizio delle disastrose cene in famiglia

L’anno scorso, per le direttive emanate in virtù dello stato pandemico emergenziale, non è stato possibile godersi un classico sereno Natale, fatto di scambio di doni, canti e luci, presepi e strade affollate, profumi, ma soprattutto di cene in famiglia. Quest’ultime sono inevitabilmente parte fondante del folklore natalizio italiano, dal sapore decisamente agrodolce: infatti, più che utopiche aggregazioni da commedia natalizia, molto spesso si presentano come degne sceneggiature di cinepanettoni. Animi infervorati animati da credi politici agli antipodi, vecchi dissapori mai sopiti, battute pungenti, gara tra cugini riguardo i successi raggiunti nell’ultimo anno, domande scomode, università, relazioni, lavoro, il parente che puntualmente si presenta in ritardo e ubriaco (che ogni anno ti riscopri essere sempre più tu), buonismo e bigottismo, coming out e omofobia, legalizzazione e conservatorismo, sinistra e destra: chi non ha mai vissuto una cena di Natale in una grande famiglia potrebbe pensare che sia da incubo, e infatti un po’ lo è! Un po’, certo, perché alla fine la vera essenza delle feste è tutta lì: riunirsi e pensare che il calore della stufa a gas accesa quel 25 dicembre, possa riscaldare i legami infreddoliti dalle distanze che l’avanzare della vita di ognuno inevitabilmente traccia. Momenti di stop in cui bisogna non solo interfacciarsi con gli altri, ma sopratutto con se stessi: tirare le somme e correggere il tiro, oppure saper ricominciare daccapo. La vicinanza che va oltre gli screzi e le difficoltà ricordandoci che l’amore è l’unico motore da cui anche questi sono mossi: che non si è mai davvero soli, quando c’è qualcuno, anche dall’altra parte del mondo, da cui poter tornare a Natale. 

Tipici cliché sopracitati del cenone natalizio vengono ripresi da Luca Bianchini nel suo libro La cena di Natale, secondo capitolo della narrazione di Io che amo solo te (2013): ambientato a Polignano a Mare nella casa Petruzzelli alla vigilia di Natale, dove ospiti con storie e destini diversi si ritrovano a incontrarsi. Dalla narrazione veloce, ghermita di accadimenti, coinvolgente e  soprattutto vera: un’opera che ci permette di prepararci nuovamente a quello da cui ci siamo disabituati, per non farci trovare impreparati, rinfrescandoci la memoria, tenendo così bene a mente che non esiste, né esisterà mai, riunione natalizia idilliaca. E che forse questo è proprio il bello delle feste e delle famiglie. 

Il termine famiglia è comunque un concetto molto vago, che si concretizza con l’atteggiarsi dei tempi, delle epoche, della vita di ognuno: non siamo liberi di nascere in una determinata famiglia, ma siamo liberi di sceglierci la propria (e con essa tutto l’incanto e le sventure che ne possono derivare). Che sia composta da amici, amori, colleghi, alunni, compagni, bisognosi: l’amore non prevede né schemi né eccezioni. Il disastro delle cene natalizia neanche. 

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