Kabul 2021: ritorno al passato

Il via alla segregazione sessuale da parte del governo

«.. l’istruzione è la porta d’ingresso alla libertà, alla democrazia e allo sviluppo.» 

Nelson Mandela

 

 

Apparente ritorno al primo regime in Afghanistan (1996-2001), a seguito della decisioni prese dal governo talebano circa la privazione dell’istruzione (con particolari eccezioni rispetto a quella superiore) alle donne e il divieto di insegnamento alle docenti, a loro volta escluse dalle aule. Come prima anticipato, quanto invece attiene all’istruzione superiore riguarda una serie di limitazioni circa l’abbigliamento obbligatorio (l’austero niqab al posto dell’hiijab) attraverso cui sarà possibile per le studentesse accedere alle aule dei rispettivi corsi universitari, sebbene in separata sede rispetto ai colleghi maschi. Quest’ultimi avranno  anche l’orario d’uscita posticipato rispetto alle ragazze, alle quali sarà inoltre riservato un ingresso secondario, al fine di evitare qualsiasi momento di socializzazione tra i sessi. Inoltre l’insegnamento alle donne sarà precluso alle sole insegnanti donne, o in alternativa agli anziani. 

Decisioni prese a Kabul che non intaccano affatto - se non quantomeno minimamente- la controparte maschile della popolazione, minando esclusivamente al genere femminile, costretto alla segregazione in casa, in virtù di misandriche e patriarcali ragioni concernenti la natura del genere di appartenenza. La presa talebana ha inoltre scaturito ulteriori cambiamenti a danno delle donne sempre a seguito di nuove direttive emanate negli ultimi giorni: tra queste l’abolizione del ministero per gli Affari Femminili, sostituito da uno -decisamente prodotto di un retaggio storico e culturale- denominato ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, il compito dei cui impiegati -esclusivamente uomini in quanto le donne sono state escluse anche da quest’ultimo- sarà quello di controllare rigidamente che il comportamento dei cittadini sia conforme a quanto stabilito dai dettami religiosi. Una funzione che va a sostituire quella precedentemente esercitata dal ministero delle donne, circa la prevenzione dei diritti femminili: funzione di cui ci sarebbe stato bisogno in un paese che si presenta ora più che mai ostile al genere femminile. In queste ultime settimane la popolazione ha visto venir meno ed essere rese vane tutte le conquiste e le relative lotte che negli ultimi anni avevano portato ad un riconoscimento, seppur non equivalente a quello del mondo occidentale, dei diritti delle donne. Dalla semi recente conquista del diritto alla guida al probabile ritorno al divieto di circolare per strada senza al fianco una figura maschile. Da un vicepresidente del governo donna, Fawzia Koofi, nota attivista promotrice del diritto all’istruzione femminile attraverso la campagna “ritorno a scuola”, a un esecutivo privo di figure femminili, che decide di privare nuovamente le donne di tale diritto fondamentale e imprescindibile. Dalla preparazione per le olimpiadi e le paraolimpiadi alle dichiarazioni del primo ministro, ora divenuto Mohammad Hassan Akhund, concernenti il divieto di fare sport, in nome della prevenzione di un eccessiva visibilità del corpo femminile garantita dalla tenuta sportiva. E soprattutto dal rivestimento di ruoli importanti all’interno della società al divieto di lavorare: questo quanto le donne hanno arduamente ottenuto e quanto, nel giro di qualche settimana, hanno visto essergli tolto. Diritti inalienabili e fondamentali, alla base del riconoscimento della dignità dell’essere umano tutto, che nuovamente vengono strappati via a metà della popolazione, ufficialmente in nome della protezione di data parte del popolo, ufficiosamente a causa di una radicata ideologia sessista. 

Anche questa volta però le donne non hanno tardato a farsi sentire protestando per ciò che spetta loro di diritto, attraverso cortei e manifestazioni, ben sapendo di andare incontro a ingerenze fisiche che però acquisiscono un peso differente dinanzi a menomazioni morali. 

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