Il ritorno al nucleare? Tra strategia politica e innovazione.

L' autosufficienza energetica un elemento di forza politica nello scenario mondiale e le scelte energetiche di ogni paese sono fondamentali per delineare i rapporti di forza.

A dieci anni dall’avvenuta abrogazione definitiva, con referendum popolare, di qualsiasi velleità nucleare nella produzione di energia, destano sorpresa oltre a una serie di reazioni a catena, le parole pronunciate dall’attuale ministro della transizione energetica Roberto Cingolani sull’eventualità di un possibile ritorno al nucleare.

Ricordando l’esito plebiscitario del referendum del 2011, con il 95% dei votanti che aveva esplicitato il fermo intento di abbandonare il nucleare occorre, tuttavia, per giustificare le parole dell’attuale ministro contestualizzarle nel momento storico che viviamo, tenendo in giusta considerazione tutti gli elementi di novità, nel frattempo intervenute, su questa tematica.

 

Il clima sul nucleare dal 1987 al 2011.  

La tematica nucleare ha assunto particolare interesse fin dal lontano 1987, quando dopo il disastro di Chernobyl, fu celebrato il primo referendum sul tema, il cui esito diede vita nei tre anni successivi allo spegnimento delle 4 centrali nucleari del nostro paese, con ciò bocciando qualsiasi tentazione di produrre energia attraverso questa strada.

L’iniziale e decisa bocciatura fu tuttavia, nel 2009 , disattesa dal governo Berlusconi che decise il ritorno al nucleare e la costruzione di 4 reattori nel nostro paese. L’iniziale proposito dovette, tuttavia,  far i conti con l’impatto emotivo scaturito dall’incidente di Fukushima che ne rallentò l’attuazione in attesa di prove scentifiche più rassicuranti in materia.

In questo clima e con un tema pronto a divenire sempre più scottante si arrivò al secondo referendum ,che si tenne il 12 e 13 giugno del 2011, che fu quello della sconfessione piena e senza appello di qualsiasi ritorno all’opzione del nucleare, determinando con le percentuali della bocciatura, una delle sconfitte più rovinose del governo Berlusconi.

 

Cosa è cambiato negli ultimi 10 anni.

Nonostante l’avvenuto abbandono del discorso nucleare,  altri paesi hanno continuato a produrre energia attraverso questa modalità investendo capitali ingenti per approdare a soluzioni sempre meno rischiose. Così nel contesto attuale, quando il ministro Cingolani ha pronunciato quelle parole di ri-apertura, nuove tecnologie ormai pronte ad essere mature per un’utilizzazione in larga scala, sono in grado di garantire reattori molto più sicuri con sistemi di raffreddamento meno vulnerabili e con ridottissimi rischi di perdite di acque contaminate. E con l’effetto, tutt’altro che secondario, di abbattere quasi totalmente le scorie radioattive che rappresentavano il vero tallone d’achille della vecchia generazione di reattori.

L’insieme di queste novità, ha spinto il ministro Cingolani, attraverso la visione tipica di uno scienziato, quale egli è, abituato a valutare le alternative sulla base di evidenze scientifiche e quindi non su considerazioni di tipo politico, a una riflessione non preconcetta sulla possibilià di arrivare in Italia a una possibile discussione sulle scelte energetiche del nostro paese che tenga in considerazione anche la strada nucleare.

 

L’energia elemento vitale e fattore geopolitico.

Inutile nascondere che  le scelte energetiche di ogni singolo stato hanno, nel contesto globale,  un valore importante non soltanto come elemento di sopravvivenza e sviluppo ma anche come elemento politico nel disegnare i rapporti di forza nello scenario mondiale. La storia dell’umanità, del resto, è ricchissima di esempi di conflitti consumati in nome dell’approvviggionamento delle fonti energitiche anche se il più delle volte il reale motivo è stato storicamente dissimulato in nome di cause più nobili.

Alla stregua di tutto ciò, anche dietro le parole di Cingolani, indubbiamente si nascondono  motivi di natura politica. Non dimentichiamo, infatti, che attualmente a livello europeo è in discussione l’importante  provvidimento che dovrebbe indicare le fonti energetiche ritenute idonee in termini ambientali e quindi  finanziabili. In quella lista l’Italia mira a far rientrare il gas naturale in virtù del basso impatto in termini di C02, mentre la Francia è ormai vicinissima ad ottenere il pieno riconoscimento in quel documento dell’Unione dell’energia prodotta dalle sue centrali nucleari. Evidente è il gioco che si nasconde dietro le parti con la possibilità che qualora venisse negata la finanziabilità del gas naturale e venisse, al contempo, concessa per l’energia nucleare francese, sarebbe la Francia, che produce e vende energia nucleare, a trarre esclusivo vantaggio potendo sfruttare liberamente la posizione di dominio acquisita.   

 

 

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