Il ricordo di Giovanni Falcone a 29 anni dall’uccisione

Il compito degli educatori è insegnare a rivendicare i propri diritti, perché la denuncia non è un affrancamento personale ma la ricerca di un bene collettivo.

Il 23 maggio 1992 nei pressi di Capaci, alle porte di Palermo, Cosa Nostra uccise Giovanni Falcone, la moglie e tutta la sua scorta con una bomba di cinquecento chili di tritolo.

«Giovanni Falcone non morirà mai» non è un modo di dire. Un paladino della legalità è vivo ogni volta che si combattono la violenza e i soprusi. Far capire ai più giovani il senso di questa morte si può, avvicinando il concetto di giustizia ai problemi quotidiani, alle prepotenze che si subiscono da parte di chi è più grande o più forte o anche soltanto più sfacciato. Il compito degli educatori, nella memoria di questo tragico evento, può essere quello di insegnare a rivendicare i propri diritti, al costo di una minaccia e di un gesto di coraggio, perché la denuncia non è un affrancamento personale ma la ricerca di un bene collettivo. La battaglia che ciascuno di noi può combattere quotidianamente contro l’illegalità non è molto differente dalla lotta contro la mafia, perché ogni persona può lottare per l’affermazione del diritto, qualsiasi ruolo rivesta.

Nel romanzo “Per questo mi chiamo Giovanni” di Luigi Garlando, giornalista della Gazzetta dello Sport, l’autore racconta di aver saputo della morte del magistrato soltanto a tarda sera, dopo aver assistito al parto del figlio (Garlando, 2016, p. 120 [19a ed. BestBur]). «Ero l'uomo più felice del mondo nel giorno più brutto per Palermo, che aveva perso il suo uomo migliore. Quell'uomo era morto anche per me, per difendere i miei negozi, la mia casa, la mia città. Per lottare contro il mostro al posto mio aveva rinunciato ad avere un figlio, cioè alla gioia più grande che si possa provare sulla terra. Nessuno meglio di me quel sabato di maggio poteva capire i suoi sacrifici». «Per questo, papà, io mi chiamo Giovanni?». «Sì. Per questo ti chiami Giovanni.».

Altra citazione significativa è il discorso che il giudice e amico Paolo Borsellino ha pronunciato alla Veglia funebre del 20 giugno del 1992, ignaro o forse consapevole che poco dopo gli sarebbe toccata la medesima sorte.

«Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Non poteva ignorare, e non ignorava, l’estremo pericolo che egli correva. Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché mai si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore!

La sua vita è stata un atto di amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato, che tanto non gli piaceva. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli siamo stati accanto in questa meravigliosa avventura, amore verso Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene.

La lotta alla mafia (primo problema morale da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità. Ricordo la felicità di Falcone quando mi disse: «La gente fa il tifo per noi». E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione dà al lavoro del giudice. Significava soprattutto che il nostro lavoro, il suo lavoro stava anche smuovendo le coscienze, rompendo i sentimenti di accettazione della convivenza con la mafia, che costituiscono la vera forza di essa.

Se egli è morto nella carne ma è vivo nello spirito, come la fede ci insegna, le nostre coscienze se non si sono svegliate debbono svegliarsi. Occorre dare un senso alla morte di Giovanni, della dolcissima Francesca, dei valorosi uomini della sua scorta. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera. Facendo il nostro dovere; rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici; rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); collaborando con la giustizia; testimoniando i valori in cui crediamo, in cui dobbiamo credere, anche dentro le aule di giustizia.

Troncando immediatamente ogni legame di interesse, anche quelli che ci sembrano innocui, con qualsiasi persona portatrice di interessi mafiosi, grossi o piccoli; accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità di spirito; dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo.».

Giovanni Falcone non morirà mai, almeno nei nostri cuori, nelle nostre anime e nella nostra speranza.

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