Il discorso di Biden infiamma la Cina

Confronto serrato allONU sui cambiamenti climatici, la pandemia e gli sforzi per smussare linfluenza in espansione di nazioni autocratiche. Le parole del Presidente americano non convincono Xi Jinping.

Nel suo discorso di debutto alle Nazioni Unite, il presidente americano Biden ha chiesto una «relentless diplomacy» (diplomazia implacabile) sui cambiamenti climatici, la pandemia e gli sforzi per smussare l’influenza in espansione di nazioni autocratiche come Cina e Russia. Biden ha ripetuto più volte la formula «con i nostri alleati e partner», ribadendo gli impegni multinazionali degli Stati Uniti per il clima, per la lotta contro il covid-19 e per la difesa della democrazia. Non si è fatta attendere la replica del leader cinese, Xi Jinping, che nel corso del suo intervento all’Assemblea generale dell’ONU, riferendosi non troppo velatamente agli Stati Uniti, ha affermato che «la democrazia non è un diritto speciale riservato a un singolo Paese».

«La nostra sicurezza, la nostra prosperità e le nostre stesse libertà sono interconnesse, a mio avviso, come mai prima d’ora», ha affermato il presidente degli USA, come riportato sul New York Times. Biden ha fatto solo un breve accenno alla discordia globale che le sue stesse azioni hanno suscitato, inclusa la caotica ritirata americana dall’Afghanistan e il segreto accordo sottomarino con l’Australia che ha creato tensioni con la Francia, crisi che hanno portato alcuni a mettere in discussione il suo impegno a rafforzare le tradizionali alleanze statunitensi. Se il presidente degli Stati Uniti avesse pronunciato il suo discorso del 21 settembre all’inizio del suo mandato, in Europa sarebbe stato applaudito senza riserve. E invece l’intervento davanti all’assemblea generale delle Nazioni Unite è arrivato cinque settimane dopo la caduta di Kabul (con i relativi dubbi sul ruolo e sul metodo degli Stati Uniti) e pochi giorni dopo la vicenda dei sottomarini australiani, che lascia pensare a una mancanza di lealtà nei confronti di un alleato.

Dopo Kabul il problema non è più Donald Trump, ma è Biden stesso a cui servirà più di un discorso per rassicurare tutti quelli che stanno osservando con preoccupazione il comportamento degli Stati Uniti. L’abbandono brutale dell’Afghanistan stride con il lirismo sulla democrazia: gli afgani e soprattutto le afgane, nuovamente sotto il giogo dei talebani, ne sono evidentemente esclusi. Allo stesso modo l’insistenza sugli «alleati e partner» contrasta con la sensazione di “tradimento” denunciata dalla Francia con la vicenda dei sottomarini australiani: tre Paesi hanno negoziato tenendo all’oscuro uno degli alleati più stretti, per escluderlo da un contratto importante e da una grande iniziativa diplomatica. Il discorso ha inoltre delineato la volontà di potenza globale da parte di un’America rinvigorita che però non vuole necessariamente ricorrere alla forza militare. La Cina non è stata nominata direttamente, ma è al centro dell’intervento del presidente degli Stati Uniti. Biden ha affermato di non voler scatenare una nuova «guerra fredda» né creare una politica dei «blocchi». Resta il fatto che la situazione attuale tende ugualmente verso il conflitto.

Da un lato abbiamo le alleanze create dagli Stati Uniti per il contenimento della potenza cinese: l’Aukus (Australia, Regno Unito, Stati Uniti) e il Quad (Dialogo quadrilaterale sulla sicurezza) con India, Giappone e Australia. Dall’altro troviamo le iniziative civili: un vasto programma di infrastrutture proposto al resto del mondo sulla scia del commercio cinese e soprattutto una sfida della democrazia all’autoritarismo. Biden vuole costruire un argine alla Cina assetata di conquista, ma si sono dubbi sulla capacità di riuscire a farlo ripristinando la fiducia degli alleati delusi.

A sua volta il Presidente cinese non le ha mandate a dire al suo collega americano, facendo chiaramente capire che la politica Usa ha causato gravi difficoltà al suo Paese. «La politica Usa sulla Cina ha portato a gravi difficoltà nei legami bilaterali, con impatto sul mondo intero. Solo quando Cina e Stati Uniti lavoreranno insieme, entrambi i Paesi e il mondo intero ne trarranno beneficio. Al contrario tutti soffriranno se Cina e Stati Uniti si affrontano». Sia Biden che Xi hanno preso impegni sul cambiamento climatico. Xi ha detto alle Nazioni Unite che la Cina avrebbe smesso di costruire centrali a carbone all’estero e Biden ha promesso di raddoppiare gli aiuti volti ad aiutare le nazioni in via di sviluppo ad affrontare la questione. Il colloquio trai due leader è il primo dopo il ritiro Usa dall’Afghanistan e il secondo in assoluto dopo quello di febbraio alla vigilia del Capodanno lunare. Entrambi i leader, ha riferito l’agenzia Xinhua, «hanno condotto comunicazioni e scambi strategici schietti, approfonditi ed estesi sulle relazioni tra Cina e Usa e su questioni di reciproco interesse».

Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha sottolineato l’importanza della cooperazione delle Nazioni sulle tematiche relative a guerra, cambiamento climatico e pandemia. Sebbene non abbia fatto riferimento ai Paesi per nome, ha espresso timori sulla concorrenza tra Cina e Stati Uniti, definendola «molto meno prevedibile della Guerra Fredda». Anche il nuovo presidente iraniano ha stigmatizzato l’atteggiamento del Governo statunitense, con particolare riferimento alla poca flessibilità mostrata nei colloqui sul nucleare.

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