G8 Genova, una storia di sangue

Dalle oltre 200mila persone che dicono no alla globalizzazione, alle violenze dei black bloc e della polizia, cosa resta a ventanni di distanza.

Durante i drammatici giorni del G8 di Genova tra, il 18 e il 22 luglio del 2001, si moltiplicarono le iniziative di protesta promosse dal movimento No-global contro la riunione del G8, i sette Paesi più industrializzati del mondo più la Federazione russa (parteciparono agli incontri George W. Bush, Vladimir Putin, Junichiro Koizumi, Gerhard Schroeder, Jacques Chirac, Tony Blair, Jean Chrétien e Silvio Berlusconi, all’epoca Presidente del Consiglio del Governo Berlusconi II).

A vent’anni da quegli eventi spesso la cronaca si riduce ai fotogrammi più rappresentativi: un proiettile che uccide un giovane manifestante, la violenza dei black bloc e della Polizia nella scuola Diaz-Pertini e nella caserma di Bolzaneto, i pestaggi, le torture, le intimidazioni e la “mattanza”.

Tra le immagini di repertorio spiccano quelle di Piazza Alimonda, dove i manifestanti si scontrarono con le Forze dell’Ordine e Carlo Giuliani venne colpito alla testa da un proiettile partito da una camionetta Defender dei Carabinieri. A sparare fu Mario Placanica, un 21enne di leva. Il ragazzo morì e il processo che ne seguì si chiuse con l’archiviazione, perché, secondo il giudice, Placanica agì per legittima difesa, facendo un uso legittimo delle armi.

In realtà il G8 è stato molto di più di quello che raccontano i processi e alcuni capitoli di quella storia sono ancora da chiarire. Oltre 200mila persone manifestarono per dire no alla globalizzazione e per chiedere un cambiamento radicale delle politiche mondiali.

Per la gestione dell’ordine pubblico furono dispiegati tra 10mila e 13mila agenti e si decise di dividere il territorio della città in tre zone, che le forze dell’ordine avrebbero dovuto mantenere ben distinte e separate: quella rossa, totalmente inaccessibile ai manifestanti, quella gialla, dove si poteva manifestare ma non organizzare cortei, e quella verde, priva di limitazioni.

La città fu messa a ferro e fuoco da gruppetti di due o tre persone alla volta, i cosiddetti Black Bloc, che vennero lasciati liberi di farlo, facendo crescere nella gente la convinzione che fossero i violenti ad aver organizzato le manifestazioni.

Dopo l’omicidio di Giuliani si verificò il caso “scuola Diaz”, più di due ore di torture e nessun condannato. Dai racconti dei protagonisti di quelle ore drammatiche risuonano i rumori degli anfibi che corrono su per le scale, i vetri infranti dai manganelli e le urla, accompagnate dal suono degli elicotteri che per ore sorvolarono sui palazzi della scuola Diaz e della Pertini-Pascoli. La colonna sonora di quella notte, quella del 21 luglio 2001, a Genova è stata questa. Carlo Giuliani era morto in piazza Alimonda solo due giorni prima, insegnando a un’intera generazione che si può anche morire durante una manifestazione. Una cosa con cui i nostri padri e le nostre madri avevano convissuto per un decennio, prima che i più giovani manifestanti di Genova nascessero. La notte del blitz alla Diaz quella generazione ha imparato un’altra cosa: i diritti civili sono fragili e possono essere sospesi in qualsiasi momento, per qualsiasi ragione, anche per nessuna ragione.

A mezzanotte, quando sembrava che la giornata fosse finita, all’improvviso un urlo scatenò il panico. «La polizia, arriva la polizia». Nessuno capiva cosa stesse succedendo, né perché. I giovani cercarono istintivamente di bloccare le porte con tavoli e sedie, mentre partiva un vero e proprio assalto: centinaia di Poliziotti e Carabinieri in tenuta antisommossa, con le maschere antigas, forzarono il cancello della Diaz ed entrarono correndo in quello che era diventato da giorni un dormitorio. Dopo pochi minuti penetrarono entrarono anche alla Pertini, sfondando le porte dei piani: caschi in testa, manganelli tra le mani e bandana a coprire il volto. Quando gli agenti si accorsero che i ragazzi stavano trasmettendo in Radio quello che accadeva, cambiarono atteggiamento, abbassando i manganelli e scoprendo il volto. Vi era un’ordinanza di sgombero e se ne dovevano andare. In realtà l’occupazione era stata autorizzata dalla Provincia e la Polizia fu costretta a desistere.

Agli altri piani si compiva, nel frattempo, uno scempio: computer spaccati a colpi di manganello, cassette, rullini e tutto ciò che conteneva materiale audiovisivo delle manifestazioni dei giorni precedenti reso inutilizzabile, ignorando che la maggior parte di quel materiale era già online. Nel palazzo di fronte, alla Diaz, intanto, si consumava quella che per Amnesty International fu «la più grande sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale».

La mattanza terminò in piena notte e alla Diaz non rimase quasi nessuno, tra arrestati e feriti. Pozze di sangue ovunque, ciuffi di capelli attaccati agli spigoli delle scrivanie e sui termosifoni, impronte di mani insanguinate sui muri, da parte di chi veniva trascinato via a forza e le scritte di chi tentava di nascondersi e non aveva altro modo per chiedere aiuto. Qualcuno cercava di ripulire il sangue e venne cacciato via. «Don’t clean up the blood» («Non pulite quel sangue»), il cartello apparso in quel momento, diventerà il titolo di un film.

Buona parte degli agenti che parteciparono al blitz non sono mai stati identificati e nessuno di quelli andati a processo è stato condannato per il reato di lesioni gravi. La sentenza della Cassazione, infatti, è arrivata solo nel 2012 a prescrizione compiuta, in mancanza del reato di tortura per cui l’Italia non ha una legge.

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