Enzo Tortora: i giorni della vergogna

La vicenda giudiziaria che scosse il paese.

L’Italia è un paese volubile: dapprima solidale poi, in un battito d’ali, giustizialista. Enzo Tortora, gentiluomo del piccolo schermo, vive una fase ascendente della sua carriera da conduttore televisivo. Il successo di “Portobello” è una benedizione per un popolo che si appresta a vivere cambiamenti traumatici. Gli anni settanta hanno lasciato una scia di sangue nelle coscienze collettive, impossibile da cancellare. Il decennio successivo, tra paninari ed edonismo, promette ricchezza e riscatto. Calano, intanto, le prime ombre sulla classe politica del paese. Gli italiani eludono lo sguardo da sentieri reticenti. Il sogno è appena cominciato.

Il 16 giugno 1983 Enzo Tortora riceve strane telefonate. La stampa iniziava ad apprendere le prime indiscrezioni che trapelano da un’indagine condotta dalla Procura di Napoli, secondo cui il celebre conduttore sarebbe affiliato alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Le luci dell’alba illuminano Roma, quando i carabinieri fanno irruzione all’Hotel Plaza, in via del Corso. I giornalisti accorrono, lanciando le prime notizie in redazione. Enzo Tortora è stato arrestato. Quando uscì dalla stazione dei carabinieri per essere condotto al carcere Regina Coeli, Tortora aveva lo sguardo allucinato, non riuscendo a comprendere cosa stesse accadendo. I fotografi urlavano «Le manette, le manette». Qualche passante gridò «Bastardo, devi marcire in galera». I due carabinieri che lo tenevano sottobraccio diedero una leggera spinta verso l’alto: le manette ora si vedevano bene, le fotografie potevano essere scattate. Inizia il calvario giudiziario di una sorda innocenza.

Il mandato di arresto accusa il giornalista genovese di associazione camorristica e traffico di droga. Tortora non era il solo quella mattina in manette. I sostituti procuratori napoletani, Lucio Di Pietro e Felice Di Persia, avevano firmato 855 ordini di cattura: in 216 casi furono compiuti errori di persona. Supponenza. L’arresto di Tortora occupa ogni spazio televisivo. Proprio la tivvù che lo ha reso celebre, ora gli rinfaccia di essere un delinquente. Gli inquirenti iniziano gli interrogatori di garanzia e chiedono ad altri camorristi pentiti se sia vero che Tortora è uno di loro. La risposta è affermativa. Intanto, dall’agendina telefonica della moglie di un affiliato alla Nuova Camorra Organizzata saltano fuori un nome e un numero: Tortosa, 081…Tanto basta, i magistrati dicono che c’è scritto Tortora. Sarebbe bastato digitare quel numero per scagionare il povero malcapitato. Il 14 agosto il conduttore viene trasferito nel carcere di Bergamo. I fotografi si appostano sui tetti per immortalare quei momenti mentre, a torso nudo, passeggia nel cortile durante l’ora d’aria. Dopo sei mesi di detenzione, il radicale Pannella convince Tortora a candidarsi nelle liste del partito alle elezioni europee. Il conduttore riceve 145.000 preferenze e viene eletto.

Inizia il processo. Napoli è blindata. Nonostante la strategia difensiva apportata dai legali, Enzo Tortora viene condannato a dieci anni di reclusione. A fine 1985, il condannato si dimette da europarlamentare e rinuncia all’immunità. Torna agli arresti domiciliari. Il 15 settembre 1986 arriva, come acqua in un deserto, la svolta tanto attesa. La Corte d’Appello di Napoli assolve il conduttore con formula piena. I giudici ricostruiscono i fatti con dovizia di particolari: i pentiti in carcere cercavano, facendo un nome famoso, di ottenere sconti di pena. Non esisteva nessun riscontro, né forse era mai stato cercato. Il 13 giugno 1987 la Corte di Cassazione conferma l’assoluzione. Tortora è un uomo libero e ritorna in televisione. La puntata di Portobello era iniziata così: «Dunque, dove eravamo rimasti?». Il 3 novembre di quell’anno era stato eletto presidente del Partito Radicale. Negli ultimi anni di vita, si battè per migliorare la situazioni nelle carceri italiane. Giorgio Bocca, intellettuale di spicco, definì il caso Tortora «il più grande esempio di macelleria giudiziaria all’ingrosso nel nostro Paese». Come dargli torto!

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