Dopo Alitalia anche TIM è allo sbando

A rischio la principale infrastruttura di comunicazione del Paese. In allarme 40mila lavoratori

Le recenti traversie della TIM, dopo la vicenda Alitalia, ci fanno interrogare sulle condizioni del “sistema Paese” e sulla capacità da parte del sistema politico e istituzionale di garantirne la sopravvivenza. Lo Stato deve intervenire per la salvaguardia dell’italianità. Non si tratta di difendere in astratto il Tricolore, ma di preoccuparsi, nel pieno della transizione digitale, di un patrimonio la cui tutela non può essere lasciata nelle mani di interessi parziali, e per di più esteri, americani, francesi o altri che siano.

In questi giorni attorno alla proprietà di TIM si sta giocando una partita che avrà grande rilevanza nel futuro del nostro Paese. Come al tempo della privatizzazione di Telecom Italia, avvenuta più di un ventennio fa, siamo di fronte ad un passaggio strutturale e TIM rischia di fare la fine di Alitalia. Molti attori sono entrati nella privatizzazione, dagli Agnelli ai Tronchetti Provera, fino ad arrivare alle grandi svendite spagnole o francesi, fatte su tavoli politici, con la partecipazione di grandi gruppi italiani, a danno della principale infrastruttura di comunicazione del Paese. Come gran parte del settore pubblico, le telecomunicazioni furono investite dalle privatizzazioni, con il rischio di farle fino in fondo, lasciando tutto e definitivamente in mano al mercato.

Proprio mentre si stanno ipotizzando decine di miliardi per la transizione digitale, si rischia di svendere a un fondo di investimento americano la dorsale comunicativa del Paese. Eppure sappiamo quanto sia importante, per la sovranità nazionale, economica e politica, il controllo imprenditoriale pubblico della rete di connessione, il sistema nervoso di un Paese.

Sembra una vicenda simile a quella dell’Alitalia, dove abbiamo a lungo avuto i Francesi come partner ed è stata almeno un’imprudenza, dato che i Francesi sono il nostro principale concorrente sul mercato turistico mondiale, rispetto al quale la gestione del servizio aereo ha una funzione cruciale.

Abbiamo speso miliardi, forse giustamente, per tenere in vita la connessione aerea del nostro Paese con il resto del mondo, intervenendo più volte per evitare il collasso della compagnia di bandiera. Oggi rischiamo di commettere la stessa imprudenza, sottovalutando l’importanza di mantenere il controllo necessario a una autonoma politica industriale nel campo dell’economia digitale. Oggi il Governo italiano, agendo su Cassa Depositi e Prestiti, potrebbe far sentire il proprio interesse a mantenere italiana la rete di telecomunicazione e, anzi, a rilanciarne il ruolo internazionale.

La Francia ha deciso di essere leader dell’auto elettrica e la Germania nella costruzione dei propulsori del futuro. L’Italia può scegliere l’economia digitale come nuovo centro della propria rinascita produttiva. Per fare questo non può mettere la sua infrastruttura di base in mano agli interessi di un fondo finanziario il cui unico interesse è la redditività immediata o, talvolta, anche il condizionamento a interessi che non solo non sono nazionali, ma di Paesi concorrenti, o in qualche modo addirittura rivali. Si tratta dunque di una imprudenza relativa a un settore assai importante.

La situazione nel settore dell’economia digitale rischia di precipitare. Il Consiglio di Amministrazione di Tim convocato di domenica in merito alla proposta di vendere a un fondo americano ha un significato drammatico per il nostro Paese. Discutiamo di cose marginali mentre quelle che determinerebbero il futuro del Paese vengono trattate nelle segrete stanze, al di fuori di occhi indiscreti. Il tema dovrebbe essere oggetto di un dibattito pubblico e politico perché è così che in una democrazia vanno affrontati i problemi di tanto grande rilevanza. Parliamo della prima compagnia telefonica a rete fissa e della seconda mobile italiana. Non sono cose di poco conto.

E’ sui veri patrimoni nazionali che dobbiamo dispiegare l’unità perché si tratta di fondamentali risorse strutturali che non possono essere lasciate esclusivamente in gestione ad un libero mercato interessato esclusivamente alla logica del profitto finanziario immediato.

La mancanza di questa sana tensione nazionale ci ha fatto perdere nel passato l’industria chimica, buona parte della grande distribuzione alimentare, quasi tutto il Made in Italy, oggi, abbondantemente in mani straniere. Il controllo e la gestione del digitale di un intero Paese può davvero modificarne il futuro e limitare fortemente persino la sua azione autonoma e indipendente.

Si pone, allora, il problema di dare al Paese un assetto credibile, stabile e in grado di affrontare questioni come quella della Telecom, che è molto di più di una compagnia telefonica, all’interno di una visione strategica, uscendo dalla logica dell’emergenza in cui spesso si cade per mancanza di visioni prospettiche.

Soltanto tra Basilicata e Calabria 20mila addetti del comparto vivono con ansia e fibrillazione quanto sta accadendo in queste ore in Tim, la più grande azienda del settore. La mancanza di una visione strategica industriale sul mondo della rete, sulla digitalizzazione e sulla connettività rischia di generare gravi problemi occupazionali sia in TIM, ex azienda monopolista di Stato, che nel suo indotto e in tutto il settore delle Telecomunicazioni.

La connettività deve essere diritto di cittadinanza, non si può lasciare un asset strategico per il sistema Paese alla logica del liberismo sfrenato e della competitività sul minor prezzo.

La situazione in queste ore sta precipitando. In assenza di risposte rapide ci sarà un percorso di mobilitazione e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica.

La proposta degli americani di Kkr in questo momento è solo una manifestazione di interesse, ma i sindacati sono legittimamente preoccupati a seguito dell’Opa per il futuro dei 40mila lavoratori dell’azienda.

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