Commissione Senato: accolto il ricorso di Formigoni.

La commissione del Senato restituisce il vitalizio da 7000 euro mensili all’ex presidente della Regione Lombardia.

Non poteva passare inosservata all’insofferenza dell’opinione pubblica la decisione con quale si è provveduto al ripristino del vitalizio di 7mila euro, per l’ex presidente della Regione Lombardia Formigoni, condannato in maniera definitiva dalla cassazione a 5 anni e 10 mesi di reclusione per corruzione. Iter processuale conclusosi anche bene per l’ex numero uno della regione viste le pene sancite  nei due precedenti gradi di giudizio mitigate  grazie al subentro  della prescrizione per alcune tipologie di reato. La decisione presa dalla commissione Contenziosa del Senato ricolloca Formigoni, dopo un breve lasso di tempo improntato all’austerità, nell’ampia schiera dei pensionati politici  d’oro,  con il rischio tutt’altro che trascurabile , di rappresentare un precedente pericoloso, a cui molti ex-politici condannati possono far riferimento per vedersi riconsegnati gli iniziali privilegi.

Quanto sancito in maniera quanto  meno discutibile da quello che è stato, in maniera denigratoria, definito Tribunalino non poteva non portare insieme a un generalizzato e diffuso sentimento di sdegno il sospetto di trovarci ancora una dinanzi una scelta arbitraria e di casta, quella politica, ancora arroccata a difesa dei propri privilegi.

Summum ius summa iniuria

Sono passati tantissimi secoli da quando Cicerone avvertiva di quali potessero essere i rischi insiti a talune  modalità di applicazione della legge dalle quali più che giustizia ci si doveva aspettare l’esatto opposto dell’ingiustizia. Un’eventualità quella evidenziata dal filosofo e politico romano che sembra del tutto pertinente a quanto accaduto paradossalmente  in questo caso dove la decisione di  restituire l’ingente trattamento  arriva addirittura  attraverso  l’applicazione della legge istitutiva del reddito di cittadinanza. Alla base, infatti , del ragionamento che ha condotto a ritenere  fondato il ricorso dell’ex presidente regionale vi è quanto disposto dell’art 18 bis del decreto istitutivo del reddito di cittadinanza che stabilisce la possibilità di sospendere i trattamenti previdenziali solo in presenza di reati specifici e  gravissimi quali quelli  di terrorismo e associazione di stampo mafioso o in subordine a chi viene condannato in maniera definitiva a una pena non inferiore ai due anni ma che volontariamente si sottrae all’esecuzione della pena stessa. Tutti casi nei quali Formigoni non si trovava essendosi “solo” macchiato di corruzione e non essendosi mai  sottratto all’esecuzione della condanna. Tirare in ballo, con questa interpretazione ultra estensiva il dispositivo del reddito di cittadinanza ha, poi, avuto l’ulteriore effetto di far ritenere ormai superato il provvedimento risalente al 2015, noto come delibera Grasso- Boldrini che sanciva la sospensione di ogni vitalizio nello caso di condanne passate in giudicato a pene detentive superiori ai 2 anni.

Sussidio uguale vitalizio???

Restava da capire come fare di un vitalizio di un ex parlamentare qualcosa di equiparabile  a un sussidio.  Il passaggio della commissione, su questo punto è focalizzato decisamente sul carattere previdenziale del trattamento post mandato dei parlamentari. Carattere previdenziale, dimostrato dal sistema di calcolo previsto che è interamente di natura contributiva, che lo porterebbe all’identificazione con una vera e propria pensione.  Il passaggio attraverso il quale un vitalizio viene identificato come un sussidio o una pensione consente alla stessa commissione di avvalersi di tutti i dubbi di costituzionalità che hanno investito l’insieme dei provvedimenti legislativi tesi alla eliminazione del beneficio per effetto di condanne. Non essendo il vitalizio una sorta di benemerenza per il servizio offerto ma una misura previdenziale, di cui fa fede la determinazione interamente contributiva,  si rende percorribile la strada che porta a dubitare della costituzionalità sia della delibera Grasso sia dell’art 28 del codice penale, quest’ultimo dichiarato incostituzionale in alcune parti proprio relative a questa tematica dalla Corte Costituzionale fin da una  sentenza risalente al 1966.

Il vero paradosso è che sia stato uno dei provvedimenti simbolo del Movimento Cinque Stelle, il più giustizialista dei partiti, a fornire l’assist che ha condotto a quello che appare ai più un’evidente ingiustizia.

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