Antistoria rossonera

Lassalto alla Cgil a Roma ha riportato alla ribalta la condanna della propaganda fascista, ma anche di quella comunista. I due regimi sono assimilabili in termini di privazione della libert e altri diritti elementari. Ma le questioni non vanno considerate in astratto, bens nella concretezza della situazione storica e lItalia un Paese che ha avuto il fascismo, non il comunismo.

 L’Italia è un Paese anagraficamente anziano, che continua a guardarsi indietro. Se si parla della crisi  non ci si proietta al futuro del XXI secolo ma si rimpiangono i tempi della lira, del boom dell’edilizia, della Milano da bere e spuntano frotte di nostalgici del comunismo e del fascismo. La Storia diventa propaganda politica anziché interpretazione critica dei fatti, mentre i fatti che hanno segnato la nostra Nazione ci insegnano che possiamo dirci antifascisti soltanto se siamo anche anticomunisti e viceversa. Se si tollera Lenin o si elogia il regime sovietico dei gulag e della censura, non si può neanche biasimare più di tanto un assalto squadrista. Democrazia uguale antifascismo è un’equazione falsa, perché è esistita una modalità comunista di essere antifascista che non si limitava a scovare ed eliminare il repubblichino alla macchia, ma si allargava cacciando il borghese, l’agrario, il sacerdote e il liberale.

Il comunismo italiano ha, però, avuto il merito di realizzare il più organizzato e attrezzato partito comunista del mondo libero. Gli “eredi” di questo storico partito si illudono di poter campare di rendita appioppando etichette fasciste, a partire da Craxi e continuando con Berlusconi e Salvini, tralasciando Almirante, Fini e la Meloni, la cui adesione al fascismo varrebbe per ascendenza storica.

In Italia l’anticomunismo è sinonimo di  fascismo e il neo-comunismo ha bisogno del fascismo per legittimarsi. Lo stesso Silvio Berlusconi è stato tollerato fino a quando non si è legato a Fini e si è preferito derogare dalla democrazia dell’alternanza per rifugiarsi nella più rassicurante democrazia antifascista, come sta accadendo in questi giorni del “marcio su Roma”.

L’Italia, Repubblica fondata sull’antifascismo, annovera storicamente tra le forze dell’ordine diversi seguaci di un nostalgico ritorno alle radici e alle pratiche fasciste. Una striscia nera attraversa le nostre istituzioni dal dopoguerra. Gente che non solo non è mai stata allontanata, ma ha fatto carriera. Oggi chi manifesta contro il green pass sarebbe viene guidato da squadracce di fascisti e la polizia sembra troppo morbida con questa feccia. La polizia democratica e repubblicana in questi frangenti sembra essere una minoranza.

Decidere da che parte stare non vuol dire essere comunisti. Vuol dire distinguere concretamente la propria posizione da questa gentaglia, prenderne le distanze fisicamente, combatterla sulle strade e nelle piazze, per non essere assimilati a loro.

Quando si discute sulla giusta punizione della propaganda fascista è inevitabile che non si parli anche della condanna della propaganda comunista, a sua volta nemica della libertà.  E’ un giudizio diffuso e, in astratto, condivisibile. Non si può negare che il comunismo abbia negato la libertà e altri diritti elementari, nella maggior parte dei Paesi in cui si è realizzato. Ma le questioni non vanno considerate in astratto, bensì nella concretezza della situazione storica.

L’Italia è un Paese che ha avuto il fascismo, non il comunismo. Milioni di italiani hanno avuto, a causa del fascismo, tragedie e lutti nelle loro famiglie: lo zio ucciso per antifascismo, ma anche l’altro mandato a morire in Russia per permettere a un dittatore di sedersi al tavolo delle trattative. Milioni di Italiani hanno conosciuto la privazione della libertà, la guerra, le bombe, la miseria, per le ambizioni personali di Mussolini. I russi hanno subito anche di peggio, da Stalin. Ma noi siamo italiani, non russi. Siamo in un paese democratico la cui Costituzione è stata scritta anche dai comunisti. In un paese in cui il Partito Comunista è stato, insieme alla Democrazia Cristiana, il principale protagonista di decenni di democrazia imperfetta, ma non peggiore di quella della Seconda Repubblica. Viviamo in un Paese in cui un comunista come Peppino Impastato ha dato la sua vita per combattere la mafia. Prima di lui la mafia aveva ucciso il sindacalista socialista Placido Rizzotto; dopo di lui ucciderà il sindacalista comunista Pio La Torre. E l’elenco si è allungato fino all’assalto alla sede della Cgil a Roma avvenuto negli ultimi giorni.

In Italia è una bugia storica e un errore politico assimilare comunismo e fascismo, soprattutto in memoria dei tanti italiani che nel comunismo hanno trovato la via per riscattarsi dalla secolare sottomissione delle masse proletarie italiane, e lo è ancor di più in un tempo in cui in Italia una vera e propria sinistra non siede ormai più in Parlamento.

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