Afghanistan: la politica non dorme mai

Il cambio al potere nel Paese mediorientale cambier i rapporti di forza fra le varie potenze nellarea geografica. Cina, Russia, India, Iran Arabia Saudita lanciano la sfida.

Gli equilibri geopolitici mondiali hanno subito una scossa decisa dopo la partenza del contingente americano. I talebani, dopo vent’anni di esilio, sono ritornati in auge nel paese e occupato il centro del potere. La democrazia, come dimostrano le campagne militari dell’ultimo trentennio, non è esportabile e richiede uno sforzo da parte degli intellettuali vicini a qualsiasi popolo. L’Afghanistan, nonostante la liberazione da Al Qaeda avvenuta nel 2001, non è riuscito a costruire istituzioni credibili e basi solide per giungere a un processo di maturazione politica desiderato dagli animi liberali del paese. In politica, come dimostra la storia, non esistono spazi vuoti: la mancanza di potere viene sostituita in breve tempo. L’abbandono delle truppe americane ha chiarito l’antico dogma della geografia politica asiatica. Gli USA non hanno mai compreso l’Afghanistan e le sue peculiarità. Popolo fiero, ma fragile. La questione risulta anzitutto culturale e deriva dall’incapacità di comprendere come l’esportazione di modelli e stili di vita occidentali non costituisca una ricetta valida, sempre e ovunque. Nel caso afghano, sono stati commessi vari errori. Il disegno di un’inedita architettura statuale non è riuscita a radicarsi tanto da resistere al ritorno dei Talebani. Le periferie, abbandonate al proprio destino di povertà, non hanno rinunciato alla dittatura islamica, in quanto escluse dalla costruzione di uno Stato moderno.

In ogni caso, l’uscita di scena degli americani apre uno scenario interessante per altre potenze interessate al controllo della regione. La Cina è legata al conseguimento di una stabilità territoriale piuttosto che a un incremento dei rapporti bilaterali. Nel frattempo, il “Dragone” ha messo le mani sull’importante settore minerario ed estrattivo afghano e ha inserito il Paese nella Via della Seta: un progetto di collegamento euro-asiatico che Pechino, pur tra mille difficoltà, sembra intenzionata a perseguire. La collaborazione con il nuovo regime è subordinata alla garanzia che i Talebani non offrano appoggio ai separatisti Uiguri, che tanto preoccupano i governanti cinesi. L’appoggio economico, di certo, non costituirà una problematica rilevante. Altro spettatore interessato all’opera dei sunniti afghani è l’Iran. Malgrado le diversità confessionali, Teheran vanta legami culturali e linguistici con Kabul. I rapporti commerciali tra le due realtà si sono intensificati a tal punto da sfiorare la somma di quasi tre miliardi di dollari tra import e export. Sunniti e sciiti potrebbero ottenere enormi benefici da una probabile alleanza. La finanza annulla guerre in nome della Sharia. La Russia di Vladimir Putin, superato il trauma della fallita occupazione degli anni ‘80, ha ripreso i contatti basandosi su una comunanza di obiettivi: la lotta all’estremismo religioso e il blocco del traffico di oppio, di cui il Cremlino ricorda la nefasta influenza che ebbe sui militari sovietici durante il decennio di occupazione. La politica del “gigante dell’Est” punta al dialogo con tutte le parti interessate sia sul piano interno che su quello internazionale, con l’intento di creare una zona di stabilità regionale.

L’Arabia Saudita, storica finanziatrice dei talebani, rinuncia al protagonismo degli anni passati. Riad ha problemi interni di modernizzazione e di passaggio verso una società più aperta a esigenze civili ma anche la necessità di riequilibrare la sua economia, troppo dipendente dal petrolio. È inoltre cresciuta nel Golfo l’importanza degli Emirati Arabi Uniti, nella cui capitale, Dubai, prospera una importante colonia di afghani “ricchi” e del Qatar, che ha ospitato l’ultima parte dei colloqui tra Usa e Talebani. L’India esce sonoramente sconfitta dalla piega assunta dagli avvenimenti. Non è un mistero che Nuova Delhi appoggiasse il precedente Governo e fosse ostile ai Talebani, che considerava semplici “strumenti” nella mani del Pakistan. Il governo indiano teme che gruppi estremistici pakistani penetrino in Kashmir, con l’assistenza del nuovo Emirato afghano, per alimentarvi una duratura guerriglia. Ram Nath Kovind, secondo fonti governative, potrebbe abbandonare la dottrina della neutralità e avvicinarsi a Giappone e Australia. E l’Europa? La partecipazione dei vari Paesi dell’UE è stata vista dalla popolazione afghana come appiattita sulle idee astelle e strisce e non sono serviti distinguo secondo cui l’Italia fosse nel Paese «non per fare la guerra, ma per costruire strade e scuole». Le istituzioni europee dovranno rispondere a un complesso dilemma: riconoscere il nuovo regime e quindi aiutarlo a consolidarsi o rifiutarlo e privare la popolazione afghana dei necessari aiuti umanitari? I prossimi mesi saranno decisivi. La storia dell’Afghanistan attende nuovi padroni.

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