12 giugno 1981: la corte dei miracoli

Le speranze di riabbracciare Alfredino si riducono con l'intenso scorrere delle ore.

Vermicino è presa d’assalto da stampa e curiosi, assorti dalla tragedia che si consuma nel pozzo laziale. Alfredino alterna momenti di lucidità a pianti estremi. Nando Broglio continua a narrare storie fantasiose con l’obiettivo di destare il piccolo. L’angoscia pervade l’animo dei soccorritori, consci di assistere ad una corsa mortale contro il tempo. Alle 9.30 viene registrato il fallimento della scavatrice, incapace di proseguire gli scavi del pozzo parallelo. La tensione è palpabile. Il professor Fava ascolta in cuffia i respiri del povero Alfredino e informa il comandante Pastorelli delle condizioni precarie del bimbo. La vita del piccolo è appesa ad un filo: quattro respiri al minuto e rantoli che indicano mancanza di ossigeno. I vigili del fuoco, imperterriti, decidono di cambiare strategia, chiedendo l’intervento degli speleologi del soccorso alpino. Il consulto degli esperti dura un battito d’ali di farfalla: con un cestello metallico, adibito ad ascensore, si giungerà al fondo del pozzo di servizio parallelo. Il lavoro si presenta particolarmente faticoso. Alle 13.00 inizia una lunga maratona televisiva, che vedrà impegnati contemporaneamente Tg1 e Tg2. Vigili e volontari iniziano a ridurre le distanze dal piccolo, scavando a mani nude nel cunicolo tracciato dal mezzo meccanico. L’ottimismo asciuga le lacrime di Mamma Franca, mentre ventotto milioni di italiani sono incollati allo schermo.

L’orologio scocca le 16.30 quando l’impazienza inizia a trasformarsi in scetticismo. In quel momento si ode un tenue applauso dei presenti, che annuncia la presenza del Presidente della Repubblica Pertini. Il partigiano del Colle resterà in trepidante attesa per quindici ore, respingendo le domande dei giornalisti. Il pianto riga il volto sofferente di Pertini, che abbraccia i genitori di Alfredo e ascolta la voce del bambino. La notizia di Vermicino compie il giro del mondo, proprio nel momento in cui Alfredino chiede un gelato. Il diaframma che divide il tunnel dal pozzo è forato. Le urla di Alfredino arrivano in superficie, lasciando sgomenti i presenti. Il foro è stretto e bisogna continuare a scavare. Tullio Bernabei, speleologo, procede nella misurazione delle distanze. Nel tardo pomeriggio, arriva una notizia straziante. Alfredino è scivolato più in basso: ottanta metri di profondità. Vermicino è invasa dal caos, mentre l’Italia prega per la sorte di Alfredino Rampi. Alle 22.00 i soccorritori, presi dal panico, decidono una nuova modalità di salvataggio: dal pozzo parallelo bisognerà penetrare le viscere della terra e strappare materialmente il piccolo al suo destino. Si comincia a fare l’appello dei volontari presenti sul posto, a valutare le caratteristiche fisiche e caratteriali dei candidati. Claudio Aprile, scavatore di pozzi, è il primo a vivere questa drammatica esperienza. L’uomo entra nel pozzo infilando il capo per poi distendersi, ma resta incastrato. Niente da fare. Il pertugio deve essere, ulteriormente, allargato. Il tempo scorre inesorabile. Le luci artificiali illuminano la terza notte di Alfredino. L’ultima.

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