COM

QM.

Corriere del Mattino

I tanti padri di mamma RAI

Che Fedez parli anziché canti, siamo quasi tutti d’accordo che sia cosa buona, che però utilizzi il palco di un concerto anziché quello di un comizio per fare politica, beh, ragioniamoci.

Di tutto il polverone che si è alzato dopo il Concertone del primo maggio, della consistenza di foglie al vento, è doveroso approfondire qualcosa a latere della vicenda politica: la decennale lottizzazione della televisione pubblica italiana. Durante l’evento, trasmesso da RAI3, gli spettatori hanno appreso, infatti, che per esprimere la propria opinione bisogna «farsi approvare il testo dell’intervento», in quanto deve preventivamente «essere messo al vaglio della politica». Il rapper ha segnalato, inoltre, che i vertici di RAI3 avrebbe chiesto di «omettere dei nomi, dei partiti, ed edulcorarne il contenuto», ritenuto «inopportuno» dalla vice direttrice della terza rete pubblica nazionale.

Il fatto è che, benché in questi giorni si stigmatizzi un meccanismo censorio, le cose sono andate così fin dalla nascita della RAI ed hanno tutt’altro che scandalizzato l’opinione pubblica. Il controllo della comunicazione e della produzione culturale nel nostro Paese è accentrato da sempre in poche mani ed è ipocrita, soprattutto da parte di chi questo meccanismo avrebbe potuto modificarlo, pensare adesso di voler cambiare un andazzo consolidatosi nel tempo.

La RAI, che tra qualche anno festeggerà i centenario, nacque come azienda privata ma, per decreto, fin dapprincipio vi erano rappresentanti del governo nel consiglio di amministrazione. Con la fine della seconda guerra mondiale furono organizzate due reti:  la “rete rossa” al centro sud e la “rete azzurra” al centro nord. Dopo qualche anno le reti si estesero a livello nazionale e fu aggiunto un terzo canale, di stampo culturale, mentre il primo (di tipo generalista) proseguiva la “rete rossa”  ed il secondo (di intrattenimento leggero) seguitava la “rete azzurra”. Negli anni ’80 si battezzò una vera e propria spartizione dei canali pubblici, verosimilmente riconducibile al compromesso storico, che è durata fino alla fine della Prima Repubblica: RaiUno alla DC, RaiDue al PSI e RaiTre al PCI. Stessa cosa successe per la radio, dove Radio 1 era in orbita centrosinistra, Radio 2 di area centrodestra e Radio 3 dei partiti minori. Dopo Tangentopoli, spazzati via i partiti storici, Raiuno è rimasta ancorata alla  forza politica principale e le altre reti distribuite tra alleati di governo ed opposizione.

Detto ciò, ben venga un Fedez o chi per lui che ci ricordi quanto sia necessario affrontare uno dei temi più delicati della TV pubblica, il suo correntismo politico e le scelte editoriali che ne conseguono, dovendosi svincolare la RAI dal controllo dei partiti politici con norme specifiche, come avviene in altri paesi europei. Tra i problemi, se non proprio “il problema”, è significativo che la cosa interessi poco anche alla maggioranza degli organi di stampa.

Chissà quando finirà il tempo delle lottizzazioni spacciate per difesa del pluralismo e degli slogan elettorali “fuori i partiti dalla RAI” a cui poi seguono spartizioni politiche delle nomine. Se le “battaglie” continueranno a limitarsi alle guerre per i nomi, non cambierà mai niente.

Un momento decisivo per l’indipendenza e la qualità del servizio pubblico televisivo è stato quando il nostro Parlamento ha rinunciato a fare una legge che neutralizzasse il conflitto d’interessi dei gestori delle reti televisive private. Consentendo ad un solo soggetto privato l’egemonia del mercato, ne è conseguito un predominio nella formazione del gusto, della sensibilità e dell’estetica delle persone, che ha trascinato verso il basso anche le linee editoriali della televisione pubblica. La RAI si è dovuta, infatti, adeguare alla legge del mercato senza potersi dedicare alla crescita culturale e sociale del Paese. Il servizio pubblico radiotelevisivo deve avere la necessaria autonomia per poter offrire un prodotto sganciato dalle logiche di ascolto e di mercato, ma finalizzato all’utile culturale e sociale.

Per difendere la libertà d’espressione è necessaria una riforma del servizio pubblico radiotelevisivo a partire dalla struttura aziendale e produttiva, partendo dalla consapevolezza del ruolo fondamentale che l’informazione ha sulla crescita e lo sviluppo culturale e dei valori della società.

RAI

Commenta