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Padre Solalinde: un prete contro i trafficanti di uomini

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Questa settimana abbiamo avuto l’onore di intervistare Padre Alejandro Solalinde. Lo abbiamo incontrato a Telese Terme, ospite della Diocesi di Telese, Cerreto e Sant’Agata de Goti.

Solalinde è un prete messicano, difensore dei diritti umani, candidato al Premio Nobel per la pace nel 2017.

Fondatore del centro di aiuto per i migranti Hermanos en el Camino.

Padre Solalinde ha scritto un libro “I narcos mi vogliono morto” e durante la nostra intervista ci ha spiegato la situazione in cui vivono e vivevano fino a qualche anno fa i migranti, prima che subentrasse il nuovo governo in carica.

Di Padre Alejandro rimaniamo subito colpiti dalla sua grande umiltà. Non si presenta affatto come un uomo che ha avuto il coraggio di opporsi ai narcotrafficanti messicani, nonostante le minacce, ma si presenta come un “missionario itinerante“, così egli si descrive.

L’intervista

Prima di iniziare a parlare del suo centro di aiuto per i migranti Hermanos en el Camino, fondato nel 2007 e di queste persone che fuggono dall’inferno del Sud America alla ricerca di una speranza negli Stati Uniti, io Le vorrei chiedere: Come era la sua vita prima? In che momento ha deciso che la sua vita doveva cambiare?

« Diciassette anni fa ho incontrato per la prima volta i migranti, le cose erano diverse, io ero diverso. Ero un prete e mi occupavo di teologia e psicologia. All’epoca avevo 60 anni, io ora ne ho 77. Fu allora che li vidi. Erano tanti, decine e decine. Erano seduti a piccoli gruppi lungo i binari, stanchi, sporchi e affamati. Questi erano arrivati qualche giorno prima con un treno merci che noi chiamiamo La Bestia e stavano aspettando un nuovo convoglio per proseguire il viaggio verso nord. I migranti viaggiavano sul tetto del treno. Anche io ho dovuto imparare a farlo. Questo non è un treno per passeggeri e i migranti lo usano per attraversare il Messico. Sono lì sui tetti della Bestia per giorni, al sole, sotto la pioggia, con il vento e hanno un’unica regola “Mai dormire!“, altrimenti rischierebbero di finire schiacciati sotto le rotaie del treno merci ».

Padre lei è stato definito come “uno dei più grandi difensori dei migranti, un “missionario, come Lei preferisce, che si è schierato contro i trafficanti di uomini. Che paese è il Messico? Ma soprattutto cosa c’entrano i narcotrafficanti con i migranti?

« Le cose negli ultimi anni sono un po’ migliorate con il nuovo governo e la legge migratoria, a parer mio la migliore che potesse esserci. Purtroppo c’è ancora molto da fare. Il Messico è un territorio di passaggio per i migranti che vengono da Sud. Cosa c’entrano i narcotrafficanti con i migranti? All’inizio questi si occupavano solo di droga, agevolavano il passaggio sul territorio dei carichi di cocaina che provenivano dalla Colombia. Poi però hanno deciso di “massimizzare il guadagno” trasformando tutto in merce: organi, bambini, sesso. E i migranti per loro sono una preda facile, perché ufficialmente non esistono. Questi sono anche facilitati dalla corruzione che ha raggiunto livelli altissimi, politica e polizia comprese. Ora la situazione è un po’ migliorata, perché c’è chi denuncia ma molti sono ancora i migranti vittime del narcotraffico» .

Come agiscono i narcotrafficanti? Come fanno a catturare i migranti e a portarli nelle “case di sicurezza“, che non sono altro che prigioni clandestine?

« I migranti attraversano delle vere e proprie frontiere invisibili. Questi percorrono delle rotte che purtroppo sono ben note ai narcotrafficanti e viaggiano sul treno merci. Così succede che i narcos fermano il treno minacciando il macchinista “Plata o Plomo” (soldi o una pallottola) e sequestrano quanti più migranti possibili, tirandoli giù dal tetto del treno. Vengono poi portati in case di sicurezza e usati per chiedere riscatti alle famiglie, per il mercato del sesso, per il traffico illegale di organi. I bambini vengono ceduti a pedofili o venduti per le adozioni clandestine. Gli anziani freddati sul posto».

Ma chi sono i migranti? Da dove provengono?

« All’inizio la maggior parte dei migranti, circa l’80 per cento proveniva dal Triangolo della Morte (Guatemala, Honduras, El Salvador). Questi fuggono per colpa del crimine dilagante nel loro Paese, qui infatti, vi sono le maras, bande criminali giovanili che controllano l’intimidazione e la violenza in intere città del Centro America. Ora a questi migranti si sono aggiunti altri provenienti da altri territori come il Venezuela» .

Parliamo ora del suo centro di accoglienza per migranti, Hermanos en el Camino (Fratelli in Cammino). Come è? Nel libro scrive che la prima cosa ad essere stata costruita è stata una cappella, ma questa è molto particolare… Perchè?

« Mi vergogno quasi a dirlo. Quando abbiamo aperto il centro i migranti dormivano a terra e io con loro, non avevamo nulla. Poi un giorno si presentò una signora che mi disse “Gli uomini non possono dormire sul pavimento” e mi lasciò una donazione per comprare dei sacchi a pelo per far dormire i migranti. La cappella che abbiamo è molto semplice: ha un solo muro e un tetto di lamiera. Non abbiamo il Santissimo, le condizioni non ce lo consentono. I migranti si siedono a terra o sui muretti ma loro lì passano le giornate, dormono, stanno insieme» .

Possiamo dire che i migranti si fidano di Lei, le chiedono, come Lei scrive nel libro, dalla cosa più semplice quale può essere la colla per le scarpe, essenziale per chi percorre molti chilometri al giorno, fino ad accompagnarli a denunciare.

Ma all’inizio non era così. Padre perché Lei si veste di bianco?

« Sì, all’inizio i migranti non si fidavano di me e quando gli portavo del cibo loro si spaventavano, perché mi scambiavano per la polizia. Per questo motivo non indosso più colori scuri ma solo il bianco, così loro possono riconoscermi».

Lei ha una taglia sulla testa messa dai narcos. Non ha paura? Il libro che lei ha scritto, nonostante il titolo, non sembra un grido di aiuto.

« Certo che ho paura. Racconto un episodio. Una sera molte persone entrarono nel centro di accoglienza, avevano della benzina e volevano dar fuoco a me e tutto il resto. Erano le persone della città. Mi accusavano di aiutare chi violentava le donne e mi accusavano di altri crimini. Ovviamente questo non era vero, ma erano delle voci che erano state diffuse dai narcotrafficanti per distogliere l’attenzione dai loro crimini. Dunque, a un certo punto un uomo voleva lanciarmi addosso la benzina per darmi fuoco, io non indietreggiai anzi ho aperto le braccia e gli ho detto che se voleva farlo io ero li. In quel momento io avevo paura, ma sapevo anche che lo Spirito Santo era con me e mi dava la forza. Se ne andarono e poco dopo fui convocato al municipio, volevano che chiudessi Hermanos en el Camino, ma non l’ho fatto».

Le faccio un ultima domanda: vale la pena vivere come Lei ha scelto?

« Questa è una bella domanda. Assolutamente sì. Non mi sono mai sentito abbandonato da Dio. Tutt’altro, l’ho sentito molto vicino e mi da la forza per affrontare le varie situazioni. Certo ho avuto paura ma c’è sempre stato lo Spirito Santo a darmi la forza. Sono un prete semplice, dormo su un amaca, ho pochi abiti che lavo io stesso, ma non mi manca nulla. Sono felice».

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